PER UN PROGETTO COMUNISTA, PER UN POLO AUTONOMO DI CLASSE
documento della minoranza al I° congresso regionale veneto del prc
(30 novembre 2002)

Premessa: Questo documento vuole essere un'articolazione ed un'integrazione regionale dei documenti " Un progetto comunista rivoluzionario nella nuova fase storica" e " Per l'egemonia del progetto rivoluzionario tra i giovani" presentati al V° congresso del Prc e alla II Conferenza nazionale dei GC. Un contributo ai comunisti del Veneto, a cui spetta sviluppare l'analisi del quadro economico e politico regionale, delle sue connessioni con gli avvenimenti nazionali ed internazionali. Ma oltre a questo è necessario costruire una prospettiva di radicamento nel proletariato, a partire dal quale sviluppare un'opposizione conseguente alla classe borghese dominante, ai suoi partiti, alle sue politiche e ai suoi governi. Una prospettiva in grado di coniugare l'immediatezza rivendicativa con l'abbattimento del modo di produzione capitalista, ancorata all'autorganizzazione proletaria e diretta dal Partito rivoluzionario, per costruire la transizione socialista.

1. INTRODUZIONE: alcuni elementi di contesto

1.1 Una crisi di sovrapproduzione attanaglia ormai da più di un quarto di secolo il sistema capitalistico mondiale. Una crisi che ha acuito le tensioni tra le aree a capitalismo avanzato (Nordamerica, Europa, Asia orientale), in un mercato mondiale unificato dopo l'89 sotto il segno delle politiche neoliberiste. Una crisi che, attraverso la ristrutturazione tecnologica e le sconfitte nelle lotte operaie dei primi anni '80, ha determinato una scomposizione soggettiva ed oggettiva della classe lavoratrice. Una crisi che ha stimolato la finanziarizzazione e la dirompente espansione del mercato, alla disperata ricerca di nuove possibilità di messa a valore del capitale; un'espansione territoriale (in Cina, nei paesi dell'est, tra le popolazioni ai margini del mercato mondiale) come anche all'interno della struttura socio-economica (servizi pubblici, nuove tecnologie, ecc). Un'espansione che, lungi da stabilizzare la crisi, sembra rilanciarla con sempre maggior forza.

1.2 Dopo l'89 i governi borghesi europei, espressione della sinistra riformista come della destra conservatrice, hanno rilanciato l'integrazione con l'Unione Europea, la Banca Centrale e la moneta unica. Un processo che dall'accordo di Maastricht al Patto di stabilità è stato centrato sulle politiche liberiste, le privatizzazioni, l'attacco ai lavoratori. Un processo che sta sviluppando un capitale continentale (banche, acciaio, aerospaziale, telecomunicazioni, energia, autostrade, ecc), nonostante le resistenze del capitale nazionale e della piccola/media borghesia che difendono la propria sopravvivenza, della classe operaia e delle masse popolari che subiscono i costi di questa strategia.

1.3 Gli Stati Uniti stanno parallelamente accelerando l'integrazione del continente americano, dal Nafta (1994) all'Afta (2005), dalla dollarizzazione forzata (Equador, Paraguay, ecc) sino agli interventi militari (Panama, Venezuela, Colombia). Un'integrazione segnata dalla crescente frizione con la UE ed il Mercosur: l'esportazione di merci e capitali europei in Argentina e Brasile ha, infatti, ormai sostanzialmente eguagliato quella statunitense. Il governo americano, nonostante l'apparente diversità tra Democratici e Repubblicani, ha ribadito per un decennio la volontà di mantenere la supremazia sfruttando il predominio militare: una volontà testimoniata dagli interventi in Medio oriente (guerra nel Golfo e appoggio ad Israele), nel processo d'integrazione europeo (Yugoslavia), in quello africano (Somalia e Congo) come in quello asiatico (Afghanistan).

1.4 In Asia convivono diverse potenze economiche e militari fra loro in concorrenza: Cina, Giappone, Corea del Sud, Taiwan, India, Pakistan, Russia. Negli ultimi anni sono emerse sia chiare politiche di potenza (guerra indo-pakistana del 1999/2000, crisi missilistica di Taiwan, riarmo giapponese, rincorsa nucleare, ecc.), come tentativi ripetuti di avviare processi di integrazione (inglobamento di Hong Kong; nuove relazioni tra Giappone e Corea del Nord; Patto di Shangai; proposta del leader nazionalista indù Advani di confederazione del subcontinente indiano; accordo tra la Cina e l'Asean per un'area di libero scambio a partire dal 2004, che raccoglie i paesi dell'area eccetto Taiwan, il Giappone e le due Coree). In questo contesto si è assistito alla crescita delle forze capitaliste in Cina, con le privatizzazioni decise all'ultimo congresso del PCC e il ruolo assunto da importanti aziende cinesi nel mercato mondiale (telecomunicazioni, logistica, computer, ecc). In una fase complessa, in quasi tutti questi paesi si stanno consolidando borghesie nazionaliste che rivendicano, anche e soprattutto dopo la crisi del 97, la propria autonomia dai paesi occidentali, la necessità di un'integrazione fra le potenze dell'area, la definizione di un'area di controllo sul Pacifico.

1.5 Gli attenti dell'11 settembre hanno rilanciato il riarmo americano, già iniziato con il progetto dello "scudo spaziale". I contrasti interimperialistici, in un quadro di netta supremazia americana e di conquista di autonomia delle altre aree continentali, sono accentuati dalla volontà di controllare le aree geopolitiche nodali, le risorse energetiche e corridoi di trasporto. La guerra diventa strumento di difesa della propria area monetaria, del controllo sui mercati, degli interessi delle proprie multinazionali. Con Enduring freedom gli Stati Uniti entrano in Afghanistan e nelle repubbliche centroasiatiche, posizionando stabilmente un proprio contingente a ridosso delle risorse energetiche fondamentali per lo sviluppo industriale asiatico. Con la guerra all'Iraq ed il sostegno all'espansionismo israeliano si garantiscono il controllo militare sui principali giacimenti al mondo, in una strategia neocoloniale volta a ridisegnare stati e governi di quell'area.

1.6 La guerra è anche un fattore anticiclico rispetto alla crisi economica stessa. L'esplosione della bolla speculativa americana, la crisi radicale che ha investito le tlc, la strutturale instabilità dei mercati finanziari nell'ultimo decennio (Messico 94, Asia 97, Russia 98) hanno aperto le porte ad una nuova, più pesante, recessione mondiale. Il riarmo americano del 2001 segna l'avviarsi di una svolta: il passaggio da un orizzonte di politiche neoliberiste (che hanno favorito lo smantellamento dei confini nazionali e la formazione di aree continentali omogenee), a politiche protezioniste di consolidamento dei blocchi (sovvenzioni all'agricoltura, acciaio, aerospaziale, aereonautica, sistema della difesa, ecc). Un cambio di fase che vede la ripresa di un nuovo intervento statale, segnato dalla militarizzazione, ma anche da politiche keynesiane di difesa e rilancio dei mercati interni.

1.7 Nel nostro Paese la crisi e l'integrazione europea hanno provocato sensibili modificazioni nella composizione del grande capitale, determinando rilevanti processi di frantumazione, acquisizione e scomposizione: basti pensare alle vicende che hanno attraversato Olivetti, Montedison, Ferruzzi, Nuovo Pignone, Omnitel, Infostrada o Telecom Italia. Processi che hanno coinvolto la più importante impresa italiana, la Fiat, in crisi nel suo passaggio da gruppo centrato sull'auto a finanziaria con forti interessi nei servizi a rete. Nel nostro paese resistono ancora poche grandi multinazionali in grado di mantenere un ruolo indipendente nel panorama continentale (Pirelli-telecom, ENEL, ENI); alcuni poli bancari e finanziari che hanno raggiunto dimensioni ragguardevoli, seppur tutti significativamente affiancati da soggetti europei (Unicredito, Intesa, Capitalia, S.Paolo-IMI, Generali); nuove concentrazioni di capitale (Benetton, ex-municipalizzate, Riva, ecc), che iniziano a giocare la propria partita sul terreno nazionale e continentale. Ma il grande capitale italiano, a distanza di un decennio dal '92 (avvio dell'Ue e collasso del sistema politico economico), si vede espulso da importanti settori ad alta intensità di capitale: l'informatica, dove c'era l'Olivetti; le biotecnologie, dove provava a svilupparsi Agrimont; la chimica, da cui si sono ritirate sia la Montedison che l'Eni. Le esportazioni italiane si reggono sulle medie imprese che offrono prodotti non particolarmente avanzati, in particolare nei settori "maturi" delle macchine utensili, dell'agroalimentare, del legno-arredo, dell'abbigliamento.

1.8 Il sistema industriale italiano, come è stato reso evidente dalle recenti vicende di Confindustria, è oggi sostanzialmente composto da un quadro di imprese medio-grandi, medie, piccole e piccolissime. Un tessuto composito, cresciuto con la svalutazione della lira del '92 e la proiezione sui mercati stranieri, in cui sono evidenti diversi processi: una crescente dipendenza dai committenti di filiera (italiani, ma anche francesi, tedeschi, ecc); una concentrazione che ne sta riducendo la polverizzazione; un significativo inserimento di banche e multinazionali straniere (soprattutto svedesi, francesi e tedesche, qualcuna americana e anche asiatiche, come nella logistica e nelle telecomunicazioni). Un sistema industriale che, seppur fragile per dimensioni e tecnologie, è proiettato sul mercato mondiale: se nel 2000 circa 500.000 lavoratori italiani erano occupati da multinazionali straniere (escludendo la Fiat, che avviava un accordo di acquisizione con la GM), circa 600.000 stranieri lavorano per imprese italiane nel mondo. Piccole e grandi multinazionali sviluppano i propri mercati e la propria filiera produttiva nei paesi dell'Europa dell'est, in Sudamerica, nell'Africa del nord, in Asia centrale.

2. I CAPITALI NEL VENETO: TANTI INTERESSI IN UNA REGIONE SOLA

2.1 Dietro la maschera del cosiddetto "nordest", il capitale in Veneto presenta molte facce. Analizzando la realtà della piccola e media impresa, dei nuovi "miracoli" imprenditoriali degli anni 80/90, della scomposizione del polo veneziano emerge una struttura industriale complessa: un capitale con una composizione articolata e diversi interessi fra le sue frazioni. Se l'impresa manifatturiera domina il panorama della regione, al suo interno si scorgono crisi, processi di aggregazione, filiere continentali, micromultinazionali, settori di nicchia; intorno ad essa fioriscono nuove grandi famiglie, grandi concentrazioni bancarie, multinazionali straniere. Nonostante l'apparente omogeneità, non c'è un modello veneto, non c'è un sistema nordest, non c'è la capacità di costruire un blocco sociale e di governo consolidato.

2.2 Il Veneto è una regione industriale. Quasi il 50% dei lavoratori è operaio in una fabbrica manifatturiera. Negli ultimi vent'anni è prosperata un'impresa ad alta intensità di lavoro e a basso valore aggiunto, centrata su settori tradizionali come il metallurgico, il legno-mobilio, il tessile-abbigliamento, le calzature, la produzione di macchine utensili, l'alimentare. Questi settori, infatti, assorbono circa il 70% del comparto manifatturiero, sia in termine di industrie che di lavoratori. Una presenza caratterizzata dalla diffusione di piccole e piccolissime imprese, di distretti industriali, di laboratori artigianali. La maschera con cui questa regione si presenta al mondo ha un nocciolo di realtà, che non è fatta di lavoratori cognitivi o presunti modelli postfordisti, ma dall'industria e dalla moltiplicazione sul territorio delle unità produttive: le nuove imprese registrate in Veneto nel 2001 sono state il 7,8 % del totale, le cancellazioni un po' meno, con un saldo a fine anno di 1416 imprese in più.

2.3 La piccola e media impresa veneta è attraversata, come tutto il capitale italiano, da tumultuose ristrutturazioni, scomposizioni e ricomposizioni.

- Ci sono industrie che hanno messo a frutto negli anni passati il controllo sulla forza lavoro, la svalutazione della lira, la vicinanza di nuovi mercati; capitali che oggi tentano di mantenere e stabilizzare questi fattori in un contesto mutato, con una piena occupazione, l'euro, l'allargamento dell'Europa.

- Ci sono imprese che sono messe in difficoltà dalle loro ridotte dimensioni, dall'assenza di un retroterra istituzionale (credito, ricerca, infrastrutture), da una competizione interna all'euro centrata sulla qualità e da una esterna centrata sui costi.

- Ci sono imprese che si allargano, fondendosi o acquisendo con i più vicini concorrenti: basti pensare alla vicenda della Golfetto, della Berna e della Sangati, che oggi compongono tra Padova e Treviso il secondo gruppo mondiale per la produzione di mulini, la GBS.

- Ci sono aziende che sono semplicemente acquisite e inglobate da pesci più grossi, come la Peermasterelisa, esempio pluricitato di successo nordestino, su tutte le prime pagine del mondo dopo il crollo delle Twin Towers (costruisce rivestimenti per grattacieli), recentemente acquisita dal gruppo Benetton.

- Ci sono spezzoni di lunghe filiere produttive europee, legate ai propri capi-commessa, alle necessità di un just in time continentale, ad esigenze di costo e di qualità dettati da altri.

- Ci sono industrie e distretti che, lungi dallo scomparire, hanno stabilizzato i propri mercati: basti pensare alla realtà del ciclo del freddo, che vede concentrare nelle province di Padova, Verona e Vicenza il 40% della produzione europea, con un centro di ricerca nazionale, istituti professionali per la formazione di manodopera, localizzazione di unità produttive da parte di diverse multinazionali e lunghe catene di subfornitura locali.

Questa realtà composita, che per grande parte sta subendo pesantemente il processo di integrazione europea e la crisi in corso, chiede una maggiore presenza da parte dello Stato (finanziamenti, infrastrutture, servizi) e intende scaricare ulteriormente i costi della propria ristrutturazione sulla forza lavoro. Dalle concerie del vicentino agli scarpari della Riviera del Brenta, sono la manovalanza di Tognana e della Life, delle spinte a far saltare i CCNL e a disarticolare il sindacato, delle richieste di abbattere le tasse e costruire il passante di Mestre.

2.4 C'è un capitale emergente medio-grande, che nella crisi di questi anni sta crescendo grazie all'acquisizione di imprese più deboli, all'integrazione con altre simili, alla scomparsa dei concorrenti, alla conquista di alcuni settori dei servizi pubblici (trasporti, infrastrutture, servizi di base). Un capitale che sta costruendo una propria "grande" struttura ed una propria "grande" strategia imprenditoriale; multinazionali che stanno consolidando i propri mercati e le proprie filiere internazionali; industrie che hanno recentemente formato un proprio managment, un proprio azionariato, veri e propri gruppi finanziari. Aziende con un fatturato compreso tra i 500.000 e 1.000.000 di euro, come l'Aprilia, la De Longhi, la Safilo, la Fiamm, l'Arneg, la Carraro, la Veronesi, l'Aeronavali, la Finmek, le acciaierie Valbruna; imprenditori come Sinigaglia, Amenduni, i Coin, Bastianello, Boscolo, Caovilla. Un capitale che sta ponendosi il problema della ricomposizione degli interessi imprenditoriali, che sta stringendo insieme al grande capitale regionale un patto politico e finanziario, che intende assicurarsi la gestione del territorio. Il cambio di maggioranza operato due anni fa nel Gazzettino da una cordata di questi industriali, il patto di sindacato in Antonveneta, il dinamismo della controllata Interbanca che sta acquisendo quote di azioni in importanti imprese in regione e sul piano nazionale: sono tutti segnali non solo di un intreccio di interessi sempre più forte ed evidente, ma anche di una rinnovata progettualità economica e politica.

2.5 In Veneto ci sono anche concentrazioni di capitale di rilevanza continentale, realtà come quelle dei Marzotto, di Del Vecchio, ma soprattutto dei Benetton.

- All'interno del processo di decadenza delle grandi famiglie (gli Agnelli, i Falk, i Ferruzzi, ecc), vale la pena di sottolineare che i Marzotto tengono il controllo del proprio impero tessile. Tuttora seduti ai diversi tavoli di raccordo e decisone del grande capitale, stanno ristrutturando il proprio gruppo, trasferendo molte produzioni nei paesi dell'est, dismettendo il tessile di base, consolidando la propria struttura finanziaria, acquisendo marchi importanti nel settore della moda (Valentino, Hugo Boss, Marlboro Classic).

- Luxottica è diventata una multinazionale centrando la propria crescita non sulla produzione diretta e in conto terzi degli occhiali, ma acquisendo il controllo di importanti aziende di commercializzazione sul mercato statunitense (il principale del settore). Oggi più dei due terzi del suo fatturato sono esterni alla produzione di occhiali, realizzando una delle più solide imprese nazionali. Un capitale locale che si proietta in Europa, diventando un elemento centrale del capitale italiano e un giocatore rilevante nei nuovi equilibri in formazione.

- Nello stesso tempo è apparsa sempre più evidente l'importanza del gruppo Benetton, ad oggi tra i 10/15 principali attori capitalistici italiani sia per capitalizzazione che per fatturato. Un'azienda tessile passata dal binomio franchising - subfornitura degli anni '80 ad un conglomerato finanziario che controlla Autostrade, Grandi stazioni, una quota di Telecom e della Pirellina, Antonveneta (settima banca nazionale), un ingente patrimonio immobiliare (stimato superiore ad un miliardo di euro). Un conglomerato con interessi e proiezioni in settori ad alto valore aggiunto, come le biotecnologie (xenotrapianti), le Tlc, i servizi di base.

2.6 All'interno del territorio regionale è necessario anche segnalare la presenza di alcune unità produttive appartenenti a multinazionali straniere o a grandi imprese italiane. Una presenza che incide sulla realtà veneta per diversi aspetti. Da una parte intorno a questi siti prolifica un ampio indotto, una costellazione di capitali che si sviluppano ai margini o in alcuni segmenti del processo produttivo: imprese contoterziste che forniscono semilavorati, servizi di pulizia e manutenzione, cooperative di gestione della manodopera, imprese di trasporti e logistica, ecc. Dall'altra queste fabbriche si caratterizzano spesso per una significativa concentrazione operaia, un'alta sindacalizzazione, un'importante contrattazione di secondo livello. Gli svedesi dell'Elletrolux (Zanussi), la Fincantieri, l'Alcoa, la General Eletric (Nuovo Pignone), il complesso dell'Enichem, con alcune linee produttive già vendute all'americana Dow Chemical ed altre sul mercato in questi mesi. Se nell'evolversi del quadro economico va evidenziata la progressiva riduzione del peso del grande polo di Marghera, sia per numero di addetti che per importanza nel panorama economico, una fetta significativa della classe rimane legata a questo settore del capitale, alle sue vicende e alle sue dinamiche.

2.7 Nel processo di finanziarizzazione stimolato dalla lunga crisi di sovrapproduzione, si inserisce nel 1992 la riforma del credito che ha accelerato la fusione fra capitale industriale e finanziario. Nel giro di pochi anni le principali banche italiane sono state privatizzate, dando vita ad un velocissimo processo di accordi e unioni fra diversi istituti. Il sistema creditizio veneto, una volta rete di controllo sociale della chiesa cattolica e delle correnti democristiane, è stato rapidamente interessato da questi processi. Alla fine del decennio tre poli bancari dominano la regione, perfettamente integrati nel sistema nazionale.

La Cariverona e CassaMarca sono tra i soci fondatori dell'Holding Unicredito. A partire dal 2003 questo istituto costituirà tre nuove aziende, una di queste, la corporate dedicata alle aziende, avrà sede a Verona. I gruppi dirigenti locali delle due Casse di risparmio si sono garantiti un posto ai vertici di una delle quattro grandi banche italiane.

La Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo ha federato intorno a sé le casse della regione fuori dal circuito di Unicredito, creando con la Cassa di Bologna il gruppo Cardine. Questo gruppo si è fuso con la San Paolo-Imi, portando esponenti della Cassa Padovana nel nuovo CdA e trasferendo nella regione il controllo dei nuovi mercati orientali di tutto il gruppo.

L'Antoveneta è legata ad ABN Amro, banca multinazionale olandese con una solida presenza in Capitalia, ed ha avviato una lunga serie di acquisizioni in tutto il territorio nazionale. Nonostante la tendenza dell'istituto olandese ha portarla nell'orbita romana, Antonveneta sembra rimanere ancorata ai propri azionisti padani. L'istituto (in cui hanno una significativa presenza il gruppo Benetton, lombardi come Gnutti e Doris, la cordata dei nuovi imprenditori veneti) si posiziona tra le prime 10 banche del paese, ed è presente in tutti i grandi passaggi proprietari di questi anni, da Omnitel alla Telecom.

2.8 Infine bisogna ricordare un'ultima componente del capitale veneto che, crediamo, nei prossimi anni giocherà un ruolo sempre più significativo. La collocazione geografica della Regione ne fa uno snodo stradale e ferroviario europeo, proiettato verso i corridoi Sud-Orientali. Nei prossimi anni assisteremo ad una crescita dei trasporti determinata dalla delocalizzazione delle industrie, dall'allargamento dell'UE, dall'attivazione di nuovi corridoi energetici. L'interporto di Padova, il Porto di Venezia e il nodo ferroviario di Verona si candidano ad essere i principali gestori di questo snodo. Un complesso di infrastrutture in via di privatizzazione, che già oggi rappresentano una rilevante concentrazione di capitale, ma che possono moltiplicare la loro importanza se attiveranno altri capitali per competere con Trieste/Capodistria, con il corridoio bavarese, con il Tirreno. Una realtà su cui già puntano gli occhi capitali stranieri (come Psa, Hutchinson e le Ferrovie tedesche), cordate locali e clientelismi politico-elettorali.

2.9 La devastazione ambientale del territorio veneto è oggi un portato intrinseco della logica del profitto e del libero marcato. Gli anni novanta hanno visto il moltiplicarsi dei problemi e delle crisi ambientali, con una relazione sempre più stretta fra l'involuzione delle condizioni politico-sociali e il peggioramento delle condizioni del territorio. Le dinamiche del modo di produzione capitalistico hanno portato all'estensione dei vecchi problemi (inquinamento, nocività delle fabbriche, devastazione del territorio) e alla creazione di nuove emergenze su scala sempre più estesa (rifiuti, buco ozono, deforestazione, ecc). Le sconfitte operaie degli ultimi venti anni, la riduzione dei costi produttivi dettata dalla crisi porta infatti ad abbattere anche le misure di protezione ambientale e prevenzione sanitaria, a sfruttare le risorse ed il territorio nel modo più distruttivo, a ignorare vincoli sociali e compatibilità ambientali.

La storia del capitale veneto è la storia di questa pesante devastazione dell'ambiente e delle condizioni sanitarie per i lavoratori e per la popolazione. Una devastazione attuata dal capitale in tutti i suoi livelli, dal grande capitale ai piccolissimi laboratori in subfornitura. Dalla SAVE del conte Volpi, ideatore della prima raffineria a Marghera, passando per l'inquinamento di Montedison/Enichem in laguna e all'amianto delle OMS di Padova, per arrivare sino alle recenti scelte di avviare uno dei primi centri europei per xenotrapianti a Padova o alle ampie aree coltivate ad Ogm nella regione. Dall'assenza di Piani regolatori e controlli nella costruzione delle quasi 2.550 aree industriali della regione, alla realizzazione di interi distretti ad alta nocività umana e ambientali (come la concia nel vicentino).

Nei prossimi anni le ristrutturazioni in corso nel capitale veneto, lungi dal ridurre o controllare queste tendenze, rischiano di ampliare e rilanciare la distruzione delle risorse ambientali. Basti pensare, ad esempio, alla realtà del basso Polesine, legata alla costruzione di un nuovo terminale energetico nella regione. Nell'area si concentrano infatti la centrale termoelettrica Enel di Polesine Camerini, la centrale a metano Edison di Porto Viro, il progetto per il terminal gasiero a Porto Levante, il progetto di una nuova centrale a metano ad Adria-Loreo. Una zona che comprende un'importante area ambientale come il Parco del Delta, che registra un'alta disoccupazione e bassi tassi di sviluppo economico, che sta subendo una pesante erosione demografica (71.000 abitanti nel 2001 contro i 75.000 di dieci anni fa). Una nuova area di servitù del sistema produttivo del Nord Est, con un territorio mercificato e commercializzato, in nome di un colossale business dell'energia e dei rifiuti.

3. IL VENTO DELL'OVEST: GLI INTERESSI IMPERIALISTICI DELLA BORGHESIA VENETA

3.1 Gli ultimi 20 anni hanno visto la ripresa di politiche liberoscambiste finalizzate all'integrazione del mercato mondiale, politiche che hanno segnato la ripresa di un espansionismo politico-economico delle forze imperialiste. Il ridimensionamento di alcune importanti imprese italiane (a partire dalle due principali, Fiat e Montedison), hanno determinato una contrazione della presenza internazionale del grande capitale. Nel corso degli anni '90 è però emersa una proiezione estera del piccolo e medio capitale, facendo raggiungere all'insieme di queste piccole multinazionali dimensioni rilevanti sia per fatturato che per numero di addetti coinvolti.

3.2 Non è possibile separare meccanicamente gli interessi della borghesia veneta da quelli della borghesia italiana. All'interno di questo quadro, però, il capitale veneto ha dei particolari interessi imperialistici, segnati sia dalla sua composizione che dalla collocazione geografica della regione. Come visto precedentemente, il tessuto industriale è caratterizzato da un capitale medio-piccolo, ad alta intensità di lavoro, con produzioni a bassa tecnologia. Un capitale che si è espanso oltre l'area europea, cercando sia nuovi mercati meno esigenti sui parametri qualitativi, sia aree a basso costo del lavoro in cui trasferire le produzioni. In questo processo ha dovuto tener conto delle sue caratteristiche: la scarsa disponibilità di investimenti, la flessibilità delle strutture produttive, le lunghe catene di subfornitura. La prossimità geografica dei paesi ex-socialisti ha giocato un ruolo strategico nei processi di delocalizzazione, offrendo un terreno favorevole nei Balcani e nell'Europa centrale (Romania, Bulgaria, Ungheria).

3.3 Questa area è caratterizzata da dieci anni di guerre e conflitti etnici, da governi nazionalisti, da profonde crisi sociali ed economiche. Un'area segnata soprattutto dall'espansione della Germania unificata e dai tentativi americani di interferire in questo processo, dall'iniziale sostegno ai governi federali di Ante Markovic e Milosevic sino ai bombardamenti della Serbia nel 95, la guerra nel '99 e l'occupazione militare del Kossovo (Camp Blondsteel). Un'area in cui il governo italiano, di centrodestra come di centrosinistra, ha sempre voluto esercitare una propria influenza economica, politica e militare: dall'opposizione all'indipendenza delle repubbliche yugoslave all'intervento militare in Albania nel 1997, dal protettorato in Bosnia sino alla guerra del 99, dal sostegno al governo montenegrino sino all'intervento in Macedonia. Roma è così diventata una nuova corte, insieme a Washington e Berlino, per politici, affaristi e boss dell'europa sud-orientale.

3.4 Nei Balcani sono arrivati in questi anni capitali tedeschi, francesi, greci, austriaci ed italiani. Imprese italiane, e del nordest in particolare, sono presenti soprattutto in Romania, Albania, Bulgaria (paesi in cui siamo anche primo partner commerciale), come in Ungheria, Slovenia, Bosnia e Croazia. Ad installarsi nell'area sono le industrie che contraddistinguono il tessuto economico veneto: meccanica, tessile, legname ed edilizia. Una presenza supportata da diversi enti, come la Simest, l'Ice, la finanziaria nordestina Finest, il centro servizi Informest, la finanziaria della fiera del Mediterraneo (Fdl servizi) ed Unioncamere. I piani di investimento di Finest e Informest nei Balcani, circa una ventina, sono proposti soprattutto da aziende e gruppi industriali veneti; undici interessano la Romania, due sono in Bulgaria, quattro in Serbia. La Finest, insieme alla Sace, alla Simest, e all'Ice aprono in questi giorni un ufficio a Belgrado, per controllare da vicino le privatizzazioni, circa 500, che entro quattro o cinque anni sono in arrivo in Serbia, Montenegro, Albania e Macedonia. Confindustria, Confartigianato ed altre associazioni territoriali (industriali di Treviso, Padova, Pordenone, Mantova e Reggio Emilia) hanno costituito la Fondazione Sistema Italia Romania a Bucarest, per individuare aree industriali, partecipare alle privatizzazioni, valutare le agevolazioni, porsi come interlocutore per le istituzioni locali. A Timisoara si è recentemente costituita un'associazione degli industriali italiani (più di dodicimila) che operano nella provincia, associazione che si è legata alla Confindustria veneta. In totale, più di 30.000 imprese italiane, in grande maggioranza venete, operano in questi paesi.

3.5 La penetrazione industriale europea non può essere disgiunta dalla penetrazione di banche ed istituti di credito nel sistema finanziario di questi paesi. I gruppi tedeschi hanno sviluppato un rapporto molto stretto con le imprese nazionali e con le banche locali, un livello di integrazione che manca ai gruppi bancari italiani. Ma una progressiva crescita si è registrata negli ultimi anni, avendo come modello di intervento quello della Germania. Unicredito e Banca Intesa controllano già oggi i principali gruppi bancari della Slovenia e della Croazia (Zagrebacka Banka, SKB slovena, Splitska Banca, Privredna Banka), e hanno sviluppato significative presenze in Bulgaria, Romania, Slovacchia, e Polonia.

3.6. L'esportazione di capitali italiani in questi paesi ha sfruttato la destrutturazione politica e sociale seguita agl'interventi strutturali del FMI, al crollo dell'89 e alla guerra. Una presenza segnata dalla depredazione delle ricchezze locali, dallo sfruttamento incontrollato della forza lavoro, dall'inquinamento e dalla distruzione delle risorse naturali. Un capitalismo selvaggio che non è stato reso più buono né dal fatto di essere italiano, né dalle sue dimensioni minori rispetto alle grandi multinazionali mondiali. L'imperialismo italiano ha prodotto i suoi regimi (come quello mafioso di Dukanovic o quello poliziesco, in un'altra zona, della Tunisina), le sue miserie, i suoi morti. Dalla Zastava alla Telekom serba, dai laboratori di scarpe ai maglifici, dalle officine meccaniche agli sportelli bancari siamo in prima fila non solo nei bombardamenti e nella presenza militare sul terreno, ma anche nelle privatizzazioni, nei licenziamenti, nella produzione dei disastri economici e sociali di quelle popolazioni.

3.7 La competizione con altri paesi, la necessità di sviluppare economie di scala, la trasformazione in corso nel capitale veneto rendono sempre più necessaria una razionalizzazione dell'intervento imperialista italiano. Le Banche, l'Università, i trasporti, i servizi legali e commerciali acquistano un valore strategico, e con essi le stesse politiche di "modernizzazione" delle amministrazioni locali. Per portare avanti una politica imperialista, c'è bisogno di una struttura statale locale, nazionale e continentale in grado di sostenerla. Questa necessità porta ad una forte pressione verso tutte le istituzioni e le forze politiche italiane da parte del capitale, affinché queste strutture di sostegno all'espansione nei paesi dell'est siano rapidamente realizzate.

4. I LAVORATORI IN VENETO: UNA REGIONE A FORTE CONCENTRAZIONE OPERAIA, UNA REGIONE CON UNA CLASSE FORTEMENTE DISGREGATA

4.1 La Regione ha un peso rilevante nell'economia nazionale, sia per numero di insediamenti che per numero di operai industriali. In Veneto su circa 1.500.000 di lavoratori, gli operai industriali sono 650.000, cioè il 44% del totale; i lavoratori dipendenti agricoli sono 23.000, mentre il cosiddetto terziario occupa 680.000 dipendenti. Oltre al manifatturiero i settori più importanti sono il commercio, con 280.000 lavoratori, i servizi alle imprese con 135.000 , le costruzioni con 133.000 ; seguono credito, trasporti e pubblici esercizi.

4.2 Il 93% delle imprese venete contano meno di 10 lavoratori per azienda. Le imprese medio piccole (10-49 dipendenti) occupano il 29% dei lavoratori; quelle di media dimensione (50-249 dipendenti) il 20%; le grandi imprese (250 e più dipendenti) il 5%. Di queste imprese solo 73, con 67.000 lavoratori, hanno tra 500 e 1000 dipendenti, mentre 19 imprese sono più grandi e occupano circa 31.000 persone. Ad un capitale diffuso corrisponde una classe disgregata, divisa in migliaia di unità produttive, spesso sotto quella soglia minima che permette l'organizzazione collettiva della lotta e l'applicazione dello Statuto dei lavoratori.

4.3 La scomposizione della classe è determinata non solo dalla divisione delle unità produttive, ma anche dalla differenziazione di contratti e diritti. Il Veneto occupa il terzo posto dopo Lombardia e Piemonte nell'assunzione di lavoratori interinali; nel 2001 i contratti sottoscritti sono stati 43.700, cioè l'11,63% delle assunzioni, di cui in notevole maggioranza donne. L'interinale svolge una funzione di collocamento sussidiaria rispetto al sistema pubblico, garantendo maggiore controllo sulla classe ed una disponibilità della forza lavoro a seconda delle necessità produttive. Allo stesso modo osserviamo la diffusione delle cooperative di produzione, che in Fincantieri, in OMS e in molte altre aziende garantiscono i lavori più usuranti e pericolosi. La presenza di lunghe catene di subfornitura, di piccoli e medi laboratori artigianali, di produzioni a basso valore aggiunto, favorisce la diffusione di assunzioni spurie sotto forma di collaborazioni coordinate e partite iva non solo nei lavori legati alle "vecchie e nuove" tecnologie, ma anche in settori di manodopera tradizionale.

4.4 Nella classe operaia veneta è in forte crescita la presenza di manodopera migrante. Gli immigrati "regolari" sono oltre 110.000, provenienti dell'Europa dell'Est, dall'Africa, dall'Asia e dal Sudamerica. Di questi 32.000 sono lavoratori regolarmente assunti; nelle piccole imprese infatti i migranti costituiscono il 10% della forza lavoro. Le province con maggior numero di lavoratori migranti sono nell'ordine Vicenza, Treviso, Padova, Verona, Venezia. Lavoratori che vivono con meno diritti rispetto al resto della classe, spesso ghettizzati nelle mansioni più rischiose, usuranti e peggio pagate. Una differenziazione giocata dal capitale per segmentare la classe, per romperla non solo dentro la fabbrica ma anche fuori da essa, nella vita quotidiana. Una componente espulsa dai propri paesi dalla mancanza di lavoro, dalla disgregazione del mondo contadino causata dall'unificazione del mercato mondiale, dalla penetrazione delle multinazionali, dai conflitti e dalle guerre sostenute da logiche imperialiste. Persone divise da lingue e provenienze culturali diverse, famiglie ed individui spesso isolati dalla propria rete sociale, assoggettati al ricatto dei contratti e dei permessi di lavoro. Una logica portata all'estremo nella Legge Bossi-Fini, ma sostanzialmente già presente nella Turco-Napolitano con le quote, i Cpt, le espulsioni. Un settore della classe che vive più pesantemente il problema del lavoro (precarizzazione, flessibilità, ritmi, salari), come quello della casa, di un salario sociale decurtato (ad esempio nella pensione), della segregazione dentro i nuovi ghetti che costellano le nostre città.

4.5 Se i settori maturi contraddistinguono larga parte del capitale veneto, con le sue officine meccaniche ed i laboratori tessili, esiste anche un'altra realtà, strettamente connessa alle produzioni ad alto valore aggiunto, come quelle dei materiali plastici, delle tlc, dei servizi informatici. E' presente, anche se non così diffuso come molti apologeti del "nuovo" hanno rivendicato, un nuovo proletariato legato all'introduzione della microelettronica, alla scomposizione del ciclo e all'informatizzazione del sistema produttivo. Tecnici specializzati, lavoratori ad alta professionalità, spesso laureati o con lunghi percorsi di formazione, che sono inseriti in particolari mansioni all'interno di molte imprese, ma che sono soprattutto concentrati intorno ad alcune aziende: telecomunicazioni (Telecom, Wind, Omnitel), industrie chimiche, informatiche, biotecnologiche. Un proletariato spesso incentivato e remunerato con premi particolari, che si stacca soggettivamente dalla classe, percependosi più vicino a settori della piccola borghesia che alla realtà operaia. Ma proprio lo scoppio della bolla nelle nuove tecnologie e la gravissima crisi di sovrapproduzione del settore, ha costretto per la prima volta molte aziende a tagli di personale, ristrutturazioni e contrazioni di salario. Una realtà materiale che ha portato in evidenza la sottomissione al capitale e ai suoi processi di valorizzazione anche di questi lavoratori.

4.6 Il processo di privatizzazione delle aziende pubbliche ha coinvolto in Italia una quota rilevante di capitale, interessando quasi la metà del PIL. Nella sostanza è un processo che si può dire concluso, avendo garantito la trasformazione in Spa delle maggiori industrie e la loro progressiva acquisizione da parte del capitale privato. Centinaia di migliaia di lavoratori delle Poste, delle Ferrovie, dei trasporti, delle aziende municipalizzate sono diventati lavoratori produttivi, sottomessi all'estrazione di plusvalore. Questo processo ha rotto le logiche clientelari di queste realtà, obbligando a ridurre i costi di gestione, ad aumentare la produttività, a garantire i profitti all'azionariato dell'azienda: per i lavoratori ne è conseguito un forte aumento dei ritmi e del tempo di lavoro, esternalizzazione e precarizzazione di interi comparti della produzione, compressione dei salari. Una divisione di classe perfino maggiore che nel privato, con aziende con più di 500 addetti in cui si hanno 3/4 contratti nazionali diversi, con orari, retribuzioni e normative differenziate. Un trasferimento sotto il controllo del capitale che non ha risparmiato il settore dei servizi sociali: in particolare nella sanità e nel comparto socio-educativo abbiamo assistito alla prolificazione di Onlus e cooperative che, ammantandosi di una funzione sociale, sono stati protagonisti di una dequalificazione, svalorizzazione e precarizzazione della forza lavoro. Una realtà che ha coinvolto non solo il mondo cattolico, ma anche la sinistra moderata e purtroppo, in alcuni casi, anche quella alternativa ed antagonista.

4.7 La quota di dipendenti pubblici è comunque ancora rilevante nella forza lavoro del nostro paese, interessando più di 3 milioni di lavoratori, coinvolgendo Enti locali, Ministeri, Scuola e Sanità. In un territorio con una forte disgregazione delle unità produttive, i principali enti per numero di addetti sono spesso l'Università, il Comune o l'Aussl: una realtà, quindi, che per la sua concentrazione ha un ruolo rilevante all'interno del proletariato veneto. Il pubblico impiego sta subendo pesanti processi di aziendalizzazione, determinati dal taglio dei conti pubblici, dallo smantellamento dello stato sociale. Nello Stato e nel parastato questo ha determinato spesso forme di flessibilità anche più alte che in molti settori privati, basti pensare al precariato dei docenti, ai Lavoratori socialmente utili, ai trimestrali, alla pratica del subappalto.

4.8 Le divisioni che abbiamo sottolineato nei paragrafi precedenti (dimensione delle unità produttive, tipologia di contratti, nazionalità e diritti civili, qualificazione dei lavoratori) incidono nella soggettività della classe, nella sua capacità di costruire e far circolare le lotte. Questa situazione favorisce la rincorsa a straordinari, superminimi e fuori busta: attraverso la mobilità e la contrattazione individuale una parte della classe valorizza la sua forza lavoro, difende il proprio salario: pensiamo agli operatori delle macchine a controllo numerico, agli operai specializzati, ad alcune mansioni dove si concentra scarsità di manodopera. Una condizione materiale che, soprattutto nelle piccole e medie imprese ma non solo, rompe la solidarietà di classe e favorisce l'attacco ai contratti collettivi. Una condizione che porta a mettere a valore alcune caratteristiche o disponibilità, facilitando la flessibilizzazione del processo produttivo e la saturazione del tempo di utilizzazione degli impianti: il lavoro concentrato nei weekend, gli orari prolungati, la concentrazione delle ferie in unico periodo, ecc ecc. In una fase di continua ristrutturazione dei processi produttivi, si tende a discriminare altri settori di classe: salari d'ingresso, salari indiretti e sociali fortemente differenziati, orari e mansionari diversi, diversi diritti di accesso e di sicurezza (pulizia, mensa, spacci aziendali, tute, ecc). Anche nel pubblico impiego hanno inciso queste divisioni, a partire dalla privatizzazione del rapporto di lavoro (art.29) e dalla ristrutturazione dei livelli che ne è conseguita: i contratti di secondo livello acquisiscono sempre maggior importanza, distribuendo quote di salario più significative; la distribuzione di salari accessori ad alcuni ruoli o funzioni ha privilegiato alcuni settori a scapito di altri. Al di là della retorica aziendalista, si è dato vita a nuove politiche clientelari che si affiancano al controllo dei subappalti e delle esternalizzazioni. Una situazione complessiva che spesso produce l'isolamento delle avanguardie dentro i posti di lavoro, l'isolamento di alcune fabbriche particolarmente sindacalizzate nel proprio territorio e nella propria categoria. Una situazione che favorisce la penetrazione tra i lavoratori di logiche neocorporative, l'indebolimento della solidarietà di classe, lo scollegamento fra le lotte.

4.9. Se il quadro attuale è significativamente segnato dalle divisioni della classe, non bisogna negare o sottovalutare i processi di ricomposizione, sul piano oggettivo e soggettivo, che sono in corso.

- La scomposizione delle fabbriche sembra essersi arrestata: stiamo assistendo al contrario ad una lenta e progressiva crescita di dimensione delle imprese. Questa crescita è determinata sia dalla centralizzazione dei capitali, che portano un singolo capitale a controllare più aziende, sia ad un ampliamento delle singole unità produttive.

- Se il polo di Marghera è stato eroso dalla crisi del Petrolchimico, in questi anni sono sorte diverse aree industriali, che nella molteplicità delle aziende coinvolte, concentrano quote significative di classe operaia in un territorio ristretto: basti pensare alla Zona Industriale di Padova, che comprende più di 25mila lavoratori, o a quella intorno a Santa Maria di Sala, con più di 10mila addetti.

- Emergono alcune rigidità della classe che in anni passate erano meno evidenti, dando fiato a molti tromboni della "nuova e vecchia sinistra" che cantavano le loro musiche sulla fine del lavoro e del plusvalore. Il tempo indeterminato rimane la forma di contratto dominante nella forza lavoro, nelle stesse nuove assunzioni sta recuperando un ruolo rilevante, mentre il lavoro autonomo appare decisamente in calo. Le quota di lavoratori sul totale della popolazione, lungi dallo scomparire, è in progressivo aumento, come mostrano i dati sulla crescita della popolazione attiva, cioè della forza lavoro occupata e disoccupata, delle persone che per vivere devono lavorare: dei proletari. Soprattutto è in aumento la quota di lavoratori produttivi, cioè sottoposti direttamente al capitale nel processo di lavoro, quindi oggettivamente antagonisti nei suoi confronti: insomma la 'classe operaia' in senso stretto.

- La forza lavoro migrante, particolarmente nelle aree in cui è più presente, ha avviato importanti processi di autorganizzazione, facendosi soggetto attivo nelle lotte e ponendosi in prima persona il problema del rapporto con il resto della classe (vedi la discussione sullo sciopero vicentino contro la legge Bossi Fini). Un processo di autorganizzazione cresciuto anche grazie alle mobilitazioni contro le politiche del centrosinistra (manifestazione del 3 febbraio, ma non solo), che hanno favorito lo svincolamento dalla tutela e dal controllo delle associazioni cattoliche e della sinistra riformista.

- Gli attacchi che il capitale ha condotto in questi anni, dalle pensioni alla scala mobile, dalla smantellamento dello stato sociale all'articolo 18, hanno coinvolti tutti i lavoratori, contribuendo a ridurre le divisioni della classe. La borghesia è stata ed è ben conscia di questo effetto ricompositivo delle sue offensive, infatti ha sempre cercato di smorzarlo attraverso la concertazione o introducendo nuove differenziazioni. Queste lotte sono state e sono momenti importanti di crescita della coscienza di classe, proprio per questo è fondamentale che non siano occasioni per introdurre ulteriori fratture, come nella conclusione del grande movimento del 94 (accesso all'anzianità e, a monte, al sistema a contribuzione).

4.10 La lotta di classe non è quindi scomparsa in questi anni, anche nel mitico nordest della piccola impresa e della concertazione sindacale diffusa. Una lotta condotta nei posti di lavoro, contro la saturazione dei tempi, l'aumento dei ritmi, il peggioramento delle condizioni di igiene e di sicurezza. Una microconflittualità scandita da battaglie per il diritto ad avere scarpe e protezioni, per il mantenimento degli spacci aziendali, per conquistare il diritto all'ingresso alle docce, per far partire i pulman all'orario previsto senza straordinari obbligati, come all'Oms di Cittadella. Una conflittualità che è esplosa in lotte molto dure, superando e spiazzando le centrali sindacali, come dopo l'ennesimo incidente in Fincantieri o il licenziamento di un operaio all'Arneg di Padova. Un antagonismo agli interessi del capitale che si esprime nel coraggio di bocciare contratti capestro, come nei diversi stabilimenti Zanussi.

4.11 Una lotta di classe che sta conoscendo in questi anni un passaggio di fase importante. Una giovane generazione operaia, cresciuta attraverso i Cfl e la precarizzazione, si è ormai stabilizzata dentro molti posti di lavoro. Un settore di classe che si sta attivando, partecipa agli scioperi, si iscrive al sindacato, entra nelle R.S.U. Una generazione che sta sostituendo le avanguardie di fabbrica degli anni '70 e '80, determinando la perdita di un importante sapere di classe. Quell'avanguardia aveva infatti maturato attraverso lo straordinario percorso del "lungo '69" una forte coscienza della classe, importanti esperienze di lotta, una significativa conoscenza del territorio, dei padroni, delle fabbriche e degl'altri delegati. Ma nel contempo questo passaggio chiude anche la sconfitta storica di quelle vicende, il senso di ineluttabilità e la rassegnazione che hanno segnato una classe piegata da continui arretramenti. Il rinnovo del contratto metalmeccanico, le lotte per i contratti nazionali e di secondo livello del pubblico impiego, la battaglia nelle aziende privatizzate, gli scioperi sull'articolo 18 e il patto per l'Italia, la difesa del salario sociale e del contratto nazionale sono il terreno di crescita di una nuova classe operaia.

4.12 Queste lotte operaie hanno la necessità di collegarsi, di diventare il terreno su cui l'insieme dei lavoratori può riconoscere la propria soggettività, compattandosi contro il capitale. Queste lotte sono ancora troppo spesso frammentate, osservate con interesse e curiosità da larghi settori, ma nel contempo lasciate alla propria dinamica, senza cercare percorsi e fronti comuni. In questi anni abbiamo però anche assistito a momenti importanti di raccordo, ad esperienze utili verso la direzione di una ricomposizione della classe e delle sue avanguardie. Esperienze come quelle maturate nel sindacalismo di base, dalla Telecom alla scuola ai trasporti: esperienze che hanno portato a superare un settarismo organizzativo che nel ciclo di lotte fra il '92 e il '95 ha impedito di estendere e consolidare battaglie importanti. Esperienze come il coordinamento Rsu, che ha permesso di connettere fabbriche e delegati in momenti cruciali, segnati dall'attacco del capitale e dalle politiche concertative dei sindacati confederali. Il manifesto degli inflessibili ha colto subito, nel '97, la rilevanza dell'offensiva che il capitale veneto andava elaborando, costruendo il corteo di Treviso per la difesa dei diritti e del salario globale dei lavoratori. Una realtà quindi complessivamente segnata da una forte disponibilità alla lotta, ma anche da una limitata maturazione della sua coscienza complessiva e da un'avanguardia con una scarsa capacità di contrattazione e progettazione autonoma.

5. LA PICCOLA BORGHESIA TRA PAURA E RIBELLIONE: PADRONCINI, CONTADINI E COMMERCIANTI NELL'INTEGRAZIONE EUROPEA

5.1 Questi ceti sociali si ritrovano al centro della crisi, investiti in prima persona dai tentativi di riavviare il ciclo di valorizzazione. Ceti sociali che mantengono il controllo diretto dei propri mezzi di produzione, che crescono ai margini del ciclo o che si arricchiscono grazie alla rendita immobiliare o finanziaria: commercianti, contadini, piccoli proprietari di case od azioni, liberi professionisti, laboratori e industrie familiari. Una condizione sociale che, in alcuni casi, si intreccia e sovrappone ad altre realtà, sia sul lato del piccolo capitale che su quello di una classe operaia particolarmente qualificata .

5.2 Ceti sociali sottoposti ad enormi pressioni, tra loro diverse ed opposte: arricchimenti repentini come una lenta proletarizzazione senza ritorno. Ceti sociali segnati da un'elevata mobilità e da una crescente instabilità, che assistono alla disgregazione del proprio tessuto sociale e reagiscono con un'insicurezza generalizzata, una paura diretta contro le fasce più basse, la diversità, la modernità. Una realtà caratterizzata da grandi ambiguità, che non è in grado di esprimere un proprio gruppo dirigente, un chiaro interesse di classe, un progetto sociale complessivo: pur riuscendo ad imporre tematiche ed influenzare alcune scelte, alla fine si aggrega sempre ad uno dei due poli dello scontro di classe. O con il capitale, o con i lavoratori.

5.3 Queste pressioni hanno permesso un'attivazione politica di questi ceti, in anni di abbandono della militanza in altre classi sociali. Sono settori, infatti, che hanno dato vita e gambe a mobilitazioni importanti, come i comitati di quartiere (sulla sicurezza, il traffico, il verde, ecc), le fiaccolate contro la criminalità, i presidi e le rivolte a difesa dei propri interessi (Vancimuglio, ma come dimenticare i vongolari di Chioggia, i medici, ecc). Nel centrodestra e nel centrosinistra questo protagonismo fa sentire la propria voce, si pone al centro dell'attenzione mediatica e influenza profondamente le scelte di un'amministrazione locale.

5.4 L'insieme di piccolissime imprese che caratterizza la realtà veneta è investito, come abbiamo visto prima, dalle trasformazioni in corso. Le unità produttive con pochissimi dipendenti (spesso a conduzione familiare o semifamiliare) sono schiacciate dal credito, dalla concorrenza e dalla difficoltà a reperire gli investimenti necessari per un salto di qualità. Le lunghe catene di subfornitura che hanno caratterizzato alcune grandi imprese della regione, (come Benetton, Stefanel, la Safilo o Luxottica) sono state accorciate negli ultimi anni, in parte delocalizzando le produzioni, in parte concentrandole in alcuni impianti di medio-grandi dimensioni. Certamente sopravvive una rete di piccoli laboratori, di lavoro domiciliare, di microimpresa diffuse in alcuni settori (pensiamo ai calzaturieri, alla meccanica, al tessile). Un settore in cui spesso sono presenti figure sociali ambigue, che proprio per questa loro condizione sono relegati in una condizione precaria. Famiglie, impiegati ed operai con piccole attività in casa, nei garage, nei retrobottega che spesso avevano avviato un'attività per arrotondare lo stipendio o la pensione, che oggi si vedono travolti dai debiti o da ritmi di lavoro sempre più allucinanti.

5.5 Negli scorsi anni si è consolidata una rendita che ha garantito introiti rilevanti, consolidando il legame di alcune famiglie con questo tipo di entrate. L'esplosione della bolla speculativa della new economy ha colpito queste realtà, erodendo piccoli patrimoni e sicurezze che sembravano ormai inattaccabili. La rendita immobiliare, particolarmente visibile nelle tre principali città, è interessata da tre diversi processi:

- La realtà metropolitana sta subendo grandi trasformazioni urbanistiche, contraddistinte da una nuova divisione di classe tra centro e periferie: rivalorizzazione dei centri storici (spesso legata al blocco del traffico), espansione edilizia nella cintura suburbana, formazione di nuovi ghetti nelle periferie urbane.

- La saturazione urbanistica del Veneto, cresciuto senza piani regolatori e progettazione del territorio, sta rendendo sempre più necessari alcuni interventi di razionalizzazione degli spazi, per la sopravvivenza stessa del sistema economico. E' ormai critica la situazione non solo della rete stradale della Regione, ma anche del traffico cittadino, intasato dalla crescita suburbana e da una circolazione delle merci caotica. Una razionalizzazione che implica la costruzione di tangenziali e vie a rapido scorrimento, la costruzione di nuove aree industriali, una nuova politica dei mezzi pubblici.

- L'esplosione della bolla borsistica, parallelamente alle trasformazioni del mondo urbano, sta favorendo la crescita di speculazioni edilizie ed immobiliari di varia natura. Una bolla immobiliare sta velocemente gonfiandosi negli Stati Uniti come in Europa.

Dentro questi processi alcuni vedono crescere inaspettatamente il proprio patrimonio, altri vedono i propri beni perdere innarestabilmente valore.

5.6 I processi di concentrazione del commercio, già avanzati nel corso degli anni 60/70, stanno subendo un ulteriore salto di qualità. Da una parte vediamo sempre più imporsi alcune grandi imprese, nazionali e multinazionali, nella grande distribuzione, nella ristorazione o nella vendita al dettaglio: grandi catene che impongono contratti capestro di franchising per la gestione di particolari marchi (nelle videocassette, nella moda, negli elettrodomestici, ecc). Dall'altra si vanno sempre più concentrando fisicamente i luoghi di vendita, pensiamo ai centri commerciali, gli ipermercati, le multisale. Strutture sempre più grandi, articolate e, dal punto di vista del dettagliante, costose. La liberalizzazione delle licenze, in questo contesto, ha ulteriormente colpito i piccoli commercianti, e la progressiva liberalizzazione degli orari inciderà ancora di più nel settore. Migliaia di attività hanno chiuso in questi anni, migliaia saranno costrette a chiudere nei prossimi tempi.

5.7 Nel mondo contadino veneto gli ultimi dieci anni hanno segnato un passaggio epocale: l'industrializzazione dell'agricoltura ha aperto la strada al controllo delle multinazionali. Un controllo esercitato tramite la gestione delle tecnologie agrarie (sementi, concimi, ecc), che trasferisce quote sempre più rilevanti di valore, ed attraverso la concentrazione delle imprese di produzione. Un processo che interessa tutto il comparto, dall'allevamento alla macellazione, dalla produzione di latte (con la vendita delle centrali municipali) alla coltivazione di cereali, frutta e verdura. Il '92, con l'avvio dell'UE, ha visto una significativa contrazione delle protezioni e sovvenzioni della CEE, la fine dell'egemonia della Coldiretti, la rottura del sistema clientelare democristiano. In un decennio il numero di imprese agricole e di agricoltori in Veneto si è contratto significativamente. In questo contesto abbiamo visto svilupparsi la lotta dei Cobas latte e delle associazioni agricole, alla difesa di una realtà di piccoli e medi produttori sempre più marginale.

5.8. La scomposizione dei cicli produttivi, l'introduzione di nuove tecnologie, l'espansione del capitale nella società sono tutti processi che hanno favorito l'emersione di una nuova piccola borghesia. Semi-professionisti che valorizzano le competenze acquisite fra 'master' di vario livello e pratica aziendale, costituendo imprese individuali e vendendo la produzione del proprio lavoro: nuovi "artigiani" dei servizi alle imprese e al mercato, nei settori legati all'informatica, alla comunicazione, al sistema finanziario, al turismo. Questa realtà è in espansione nel Veneto, ma molti commentatori, a destra e a sinistra, ne hanno amplificato dimensioni e valenze, mentre la sua consistenza è limitata e il suo segno di classe, tutto sommato, abbastanza preciso. Si tratta di lavoratori autonomi che offrono su commissione prestazioni specialistiche più o meno intellettuali, con alterne fortune. Fra loro alcuni riescono ad emergere e a conquistare ruoli centrali di mediazione e di rappresentanza sociale, a fianco dei tradizionali notabili del ceto politico italiano e veneto: avvocati, medici, architetti, ingegneri che formano i "nuovi vecchi" notabili del ceto politico italiano e veneto.

6.CENTROSINISTRA E CENTRODESTRA: I DUE POLI DELLA BORGHESIA VENETA

6.1 La fase di instabilità seguita al '92 ha visto il tentativo di imporre una logica bipolare al sistema politico italiano. Da diverse frazioni del capitale sono originati due blocchi socio-politici, con un'unica radice di fondo: la difesa del sistema capitalista, l'egemonia della borghesia all'interno della società italiana. Due blocchi differenti, anche se in parte sovrapposti, con diversi interessi e diversi progetti politici. La frammentazione di questi blocchi ha favorito l'emergere di derive bonapartiste, investendo "uomini (e donne) del destino" del compito di risolvere i contrasti interni. Un cesarismo che accomuna entrambi i poli, sul piano nazionale e locale: da Prodi a Berlusconi, da Galan a Cacciari, dalla Destro a Zanonato, da Fistarol a Gentilini.

6.2 Nelle elezioni regionali del 2000 Massimo Cacciari poneva al centro del proprio programma la modernizzazione del "modello veneto" attraverso "un progetto industriale collettivo, che sappia definire obiettivi strategici condivisi dal mondo dell'impresa, da quello sindacale, e dal sistema delle Pubbliche Amministrazioni". Questa politica, che comprendeva un forte sostegno alle imprese, sia diretto (finanziamenti) che indiretto (sistema dei trasporti e logistica), doveva essere realizzata da "una regione federale dotata di poteri istituzionali" e "chiamata a gestire l'autonomia finanziaria e fiscale". Un programma espressione di un blocco politico centrato sulle esigenze del grande capitale e di quello che abbiamo definito capitale emergente: infrastrutture efficienti, liberalizzazione dei mercati, veloce integrazione nella UE. Un programma che intende coinvolgere il piccolo capitale in crescita, la piccola borghesia di successo (nuovi professionisti, lavoratori autonomi), tecnici ed operai specializzati, alcuni settori centrali della classe.

6.3 I Democratici di Sinistra si sono posti al centro della costituzione del polo di centrosinistra. In Veneto sono radicati nelle province orientali, in particolare a Venezia e Padova: due città dove è più concentrata la classe operaia, ma anche e soprattutto la nuova borghesia dei servizi, il grande capitale delle imprese a rete e della logistica, quote rilevante di tecnici e professionisti del terziario, impiegati pubblici. In questi anni, infatti, i DS hanno cercato di tenere insieme il vecchio insediamento popolare ereditato dal PCI con il grande capitale, le imprese emergenti, il capitale privatizzato (in cui spesso sono direttamente presenti). Un partito "neodemocristiano", che ha voluto gestire la fase con una prospettiva interclassista: favorire l'egemonia del grande capitale nella borghesia, guidare la ristrutturazione dei distretti e delle piccole imprese, imporre nei sindacati e nella classe le scelte del capitale. La tensione fra diverse tendenze sta arrivando a mettere in gioco l'unità del partito, anche se la centralità di questa forza politica sta proprio nel ruolo di cerniera tra sindacato e padronato.

6.4 Da una parte si sta coagulando un ampio schieramento di forze, dal gruppo dirigente della Cgil ad Aprile, dal Pdci al manifesto: un'area che nel Veneto non è particolarmente forte, per la debolezza della Cgil e della sinistra interna al partito. I DS veneti, infatti, non ereditano dal PCI un significativo radicamento nella classe: la Regione ha sempre rappresentato uno dei principali bacini elettorali democristiani; i vecchi insediamenti operai sono stati fortemente ridimensionati; in alcune realtà, come a Padova, i DS hanno costruito un consenso persino più importante di quello del vecchio partito comunista. Queste forze puntano a costituire una soggettività socialdemocratica nel centrosinistra, mantenendo una rappresentanza di classe e mediando con il capitale un nuovo compromesso europeo. Un fronte in prima fila nel condurre le battaglie alle politiche del centrodestra, ma pronto a cedere davanti alle amministrazioni di centrosinistra: i limiti posti dalla borghesia possono essere contrattati, ma mai superati. Dalla privatizzazione delle municipalizzate alla gestione dei servizi sociali, dalla politica verso i migranti alle scelte urbanistiche, hanno dimostrato a Padova, Rovigo e Venezia la loro subordinazione agli interessi del capitale.

6.5 Dall'altra parte i DS hanno costruito solidi legami con una parte della borghesia. Nel Veneto il crollo della DC nel '92, in una fase in cui s'inaspriva il conflitto tra piccolo e grande capitale, ha aperto spazi politici inediti: il successo leghista ha offerto ai DS la possibilità di conquistare importanti enti locali (Comuni, Università, Consorzi, ecc). L'apparato del partito ha colto l'occasione di sostituire una classe dirigente spazzata via da Tangentopoli, spostandosi su posizioni liberali. La destra del PCI, che aveva già negli anni '80 stretto con il grande capitale un solido intreccio di posizioni politiche e interessi materiali, ha rafforzato il proprio ruolo, come ha reso evidente la recente elezione di De Piccoli a segretario regionale. Alcuni esponenti del mondo imprenditoriale, come Massimo Carraro, sono arrivati ad assumere importanti incarichi nel partito. Questi processi hanno portato i DS ad essere il partito più conseguentemente liberale nel panorama regionale, in prima fila nel difendere l'integrazione europea, le privatizzazioni, le controriforme del mercato del lavoro.

6.6 La Margherita si è recentemente costituita coagulando diversi gruppi politici e diversi interessi sociali. Da una parte ha coinvolto i circoli più federalisti del centrosinistra, gli amministratori del Movimento del nordest che intendevano offrire uno sbocco alla crisi della piccola e media impresa attraverso un nuovo protagonismo delle istituzioni locali ed un'ulteriore divisione della classe. Un personale politico, dai Costa ai Cacciari, irritato dalle scelte del governo Prodi, dalla scarsa attenzione ai distretti e alle esigenze infrastrutturali del nordest, dalle mediazioni interne all'Ulivo. Dall'altra il circuito politico cattolico, consolidato intorno al PPI, con importanti riferimenti nel mondo sindacale, nelle realtà della piccola borghesia industriale e contadina, nelle casse di risparmio e nelle banche di credito cooperativo. Un'organizzazione moderata, sensibile agli umori confindustriali, con un'attenzione alle contraddizioni e alla tenuta del tessuto sociale molto maggiore degli stessi DS. Un partito, la Margherita, sostanzialmente senza baricentro politico, costruito e tenuto insieme dalla volontà di aprire una concorrenza al progetto neodemocristiano dei DS,.

6.7 Nella realtà veneta i Verdi e i cosiddetti Centri sociali del nordest sono organizzazioni da qualche anno sovrapposte. Il gruppo dirigente storico dei Verdi è stato sostanzialmente emarginato, lasciando la gestione del partito all'area di Gianfranco Bettin (recentemente entrato nell'esecutivo nazionale). Il circuito dell'Autonomia Operaia veneta, esauritosi l'esperienza del Coordinamento Antinucleare Antimperialista (che raccoglieva i diversi spezzoni dell'Autonomia alla fine degli anni '80), ha stretto un rapporto con associazioni di area DS (Uds, Sinistra giovanile, Legambiente) e con il Prc (una sola moltitudine, a Venezia nel '97), sino ad approdare nel Movimento del nordest prima e nei Verdi poi grazie al raccordo con la corrente di Bettin. Dopo Genova ha aperto con i Giovani Comunisti l'esperienza dei Disobbedienti. Un'organizzazione politica articolata (Razzismo Stop, Radiosherwood, centri sociali, collettivi studenteschi, ADL-RDB, tute bianche), con un solido gruppo dirigente. Nei primi anni'90, parallelamente ai DS, ha dichiarato la propria fuoriuscita dal movimento comunista: il conflitto capitale lavoro è esaurito, il "lavoratore sociale" ha assunto il controllo della produzione; il dominio del capitale è politico, per questo è necessario costruire un fronte di tutti gli oppressi (la moltitudine). Un'organizzazione democratica radicale, oscillante tra movimentismo e opportunismo politico Da una parte antagonismo di piazza, enfatizzazione ed assolutizzazione delle lotte, eliminazione di qualunque obiettivo transitorio (il comunismo c'è già); dall'altro una politica concertativa con il centrosinistra, in cui "l'evacuazione dai luoghi del potere" delle "battaglie contro l'Impero" è segnata dall'occupazione (non simbolica né militante) degli assessorati, come mostrato dalla partecipazione in una delle giunte più "modernizzatici" della Regione, quella di Venezia. Un'organizzazione radicata tra i giovani, gli studenti, i precari, i tecnici ed i nuovi professionisti, concentrata in particolare tra Padova e Venezia. Un'area che, quando ha provato a costruirsi un spazio politico-elettorale autonomo, come alle amministrative di Padova (1999) e di Treviso (2002), ha ottenuto risultati ampiamente al di sotto delle aspettative.

6.8 Il centrodestra è un polo altrettanto composito, sia sul piano politico che su quello sociale. Un polo raccolto attrono al piccolo capitale colpito dall'integrazione europea, ai ceti di piccola e media borghesia in crisi (contadini, commercianti, laboratori e contoterzisti), a settori di medio e grande capitale in affanno, centrati sul mercato nazionale o sottoposti ai ricatti della subfornitura. Un polo che intende coinvolgere strati di proletariato e soprattutto sottoproletariato, stimolando le divisioni e i conflitti interni alla classe, innescando vecchie e nuove guerre fra poveri. Un blocco che ha in Veneto una solida maggioranza sociale e politica, costruita nella fascia pedemontana, nel Veneto occidentale, nella provincia industriale. Un blocco sostanzialmente paralizzato dalle sue contraddizioni interne, dal conflitto fra spinte liberiste e circuiti clientelari, fra le tendenze populiste e la ricerca di un rapporto con il grande capitale in grado di assicuragli maggiore stabilità politica e sociale.

6.9 In Forza Italia queste spinte convergono in un'unica organizzazione, tenuta insieme dal ruolo di primo partito della coalizione e dal Capo: Berlusconi a livello nazionale, il viceré Galan nel Veneto. Un partito con un consenso crescente, in grado di raccogliere il voto dell'intero spettro sociale della Casa delle libertà, ma in particolare la rappresentanza delle diverse frazioni della borghesia. Un partito costruito intorno alle tre province centrali del Veneto, dove si raccoglie il cuore dell'industria manifatturiera della regione: Verona, Padova e Vicenza. Un partito spaccato fra correnti sociali e circuiti politici difficilmente integrabili, spesso paralizzato nella sua vita politica interna e nell'azione di governo delle amministrazioni locali. Da una parte gruppi cattolici, da Comunione e Liberazione ai vecchi padrini delle correnti democristiane, da notabili locali a storiche famiglie della borghesia veneta: ambienti legati al vecchio sistema di potere regionale, al grande capitale e a circuiti strettamente clientelari. Dall'altra i nuovi circoli liberisti, collegati alla vecchia area socialista, vicini al capitale locale e nazionale, a molti imprenditori entrati in politica recentemente: circuiti che chiedono di accelerare le privatizzazioni, un consistente aiuto statale, un deciso attacco al sindacato e alla classe.

6.10 La Lega Nord raccoglie il consenso della piccola borghesia industriale, radicandosi nella provincia produttiva in cui è in grado di coinvolgere ampi strati di proletariato e sottoproletariato. Un partito tenuto insieme dal rifiuto dell'integrazione europea, dal populismo antimonopolista, dal razzismo e dalla discriminazione verso altri settori di classe. Un'area politicamente omogenea, ma sottoposta a forti tensioni dal successo dell'unione monetaria, dalle contraddizioni interne al suo blocco (tra imprenditori e classe, come sulla questione della manodopera migrante), dalle posizioni antioperaie del governo. Una difficoltà che è anche di consensi, resa evidente con le elezioni del 2001 e le amministrative del 2002: una significativa crescita delle forze autonomiste, con risultati importanti (intorno al 6/10%) in alcuni collegi "industriali" (basso vicentino. alta padovana), un processo di sfaldamento interno al partito, come mostrano le esperienze delle sue roccaforti, come Jesolo e Cittadella.

6.11 L'evidente paralisi di Forza Italia nell'amministrazione della Regione, l'impasse nella gestione di importanti città come Padova e Verona, lo spostamento dell'asse politico della Casa delle libertà intorno a Tremonti e Bossi ha negli ultimissimi anni riaperto uno spazio politico importante alle forze cattoliche del centrodestra. L'unificazione dei due partiti nell'UDC sta mostrando nel Veneto un primo successo, con il recupero di una credibilità politica, sociale ed elettorale. Un partito in grado di garantire una maggiore affidabilità europea al grande capitale, non ostacolando il processo di integrazione europea e garantendo solidi legami con il mondo sindacale. Una forza che anche nella realtà veneta si sta ponendo al centro dello scacchiere politico, attenta ai processi di scomposizione e ricomposizione dei poli.

6.12. AN è un partito ancora fortemente legato al ceto politico dell'MSI ed ai suoi gruppi sociali di riferimento: impiegati pubblici, commercianti, piccola borghesia cittadina. Un partito fortemente legato al suo passato, che ha bisogno di accreditarsi con i circoli della borghesia imprenditoriale. Un partito sottoposto ad un conflitto tra una destra europeista, più vicina agl'interessi confindustriali, ed una destra sociale, legata a lavoratori dipendenti, alla piccola borghesia ed anche a spinte più eversive del sottoproletariato. Un partito che nel Veneto è schiacciato tra il ruolo di primo attore di Forza Italia, la concorrenza della Lega nella piccola borghesia e quella dell'Udc con il grande capitale. Un partito con stretti contatti con forze neofasciste, da Forza Nuova agli altri, che navigano nel tessuto proletario cresciuto contro il monopolio e la forza lavoro migrante. Organizzazioni e soggetti non a caso legati anche ad alcuni settori della Lega Nord.

7. TRA CONCERTAZIONE E LOTTA DI CLASSE: MOVIMENTI E SINDACATI DI FRONTE ALLA FASE

7.1 Il ciclo di mobilitazioni rilanciato a Seattle ha mostrato in questi mesi la sua importanza, ma anche i suoi limiti politici e sociali. Questo movimento ha permesso tra le masse la ripresa di un immaginario di trasformazione della società (un altro mondo è possibile), ha favorito il collegamento delle diverse lotte contro il capitale, ha avviato importanti processi di ricomposizione di classe. Questo movimento ha però anche mostrato una significativa distanza fra la grande partecipazione alle mobilitazioni e la sua capacità di organizzazione, radicamento territoriale e avvio di un nuovo ciclo di lotte. Una distanza dovuta alla grande eterogeneità dei soggetti sociali e alla conseguente confusione di interessi, progetti e piattaforme che lo compongono.

7.2 Le giornate di Genova hanno evidenziato questa complessa articolazione del momento no global. L'assassinio di Carlo, la repressione militare attuata nelle piazze e nelle caserme, il tentativo di spaccare il movimento criminalizzandone alcune componenti, sono stati battuti dalla capacità di una risposta di massa, in grado nel contempo di allargare i confini delle mobilitazioni, di mantenere l'unità del movimento, di legittimare la resistenza e la rivolta. La grande manifestazione del 21 luglio, le amplissime manifestazioni su tutto il territorio nazionale della settimana successiva, la risposta di novembre a Roma al tentativo del "Foglio" di soffocare il movimento in una logica di guerra, hanno permesso al movimento di superare questa fase.

La guerra in Afghanistan, l'avvio delle lotte operaie e l'emersione dei girotondi (la mobilitazione della media e piccola borghesia progressista su una piattaforma antigovernativa e "giustizialista") ha spiazzato il movimento, togliendogli il monopolio della piazza ed erodendo la sua unità nelle mobilitazioni. Il processo di costituzione dei Social Forum si arenava, mentre importanti appuntamenti erano mancati (Pratica di mare, Barcellona, ecc).

7.3 Nel corso degli appuntamenti mondiali di quest'anno il movimento ha visto emergere alcune differenziazioni e fratture fra le forze neoriformiste, quelle più radicali e quelle anticapitaliste: le tensioni di Porto Alegre, la spaccatura in due spezzoni del corteo di Barcellona, le manifestazioni contrapposte di Durban tra le forze favorevoli all'integrazione dell'Africa meridionale (ANC e SACP) e le organizzazioni che si battevano contro questo processo. Il Social Forum Europeo di Firenze si è posto l'obiettivo di ricomporre questa dinamica, mantenendo fluido e aperto il confronto fra le diverse forze. La grande manifestazione conclusiva ha raccolto e rilanciato le potenzialità del movimento: la radicalità delle parole d'ordine, la presenza del proletariato giovanile urbano e meridionale, la forte partecipazione operaia e sindacale. Ma nel contempo ha evidenziato i suoi limiti, spingendo verso l'unità delle sinistre, con una confusione di sbocchi politici e numerose ambiguità nei percorsi soggettivi e organizzativi. Questi elementi mostrano i tempi lunghi della ricomposizione, la necessità di aprire una battaglia politica nel movimento e di costruire una posizione di classe al suo interno. La risposta repressiva di governo e magistratura, con gli arresti effettuati nel sud su indicazione di un apparato investigativo centrale (i ROS) e ordine di un discusso magistrato casentino, sta cercando di riprodurre la spaccatura nel movimento e la criminalizzazione di alcune sue componenti.

7.4 Il movimento comprende diverse componenti politiche, progetti e culture che si esprimono nel suo interno. Nel Veneto è presente una componente di massa giovanile, con un sentimento anticapitalistico di tipo etico e riformista, che chiede un sistema basato sul mercato, con alcune regole sociali: controllo dal basso mediante il bilancio partecipativo, consumo critico e commercio equo-solidale. Un'ottica alimentata dalle numerose forze cattoliche, intorno alla Rete Lilliput, a Mani tese ed ai Beati costruttori di Pace, organizzazioni dalla parte degli oppressi fintanto che restano tali: quando danno vita a processi insurrezionali, ne prendono prontamente le dovute distanze. I disubbidienti hanno in questo territorio una loro importante roccaforte: tra dichiarazioni di finte guerre, scontri contrattati finiti male e scioperi cosiddetti generalizzati inesistenti, cavalcano queste tensioni con moltitudini antimpero, di un Impero che non c'è. Le associazioni di area riformista, legate agli interventi contro il razzismo, ad ATTAC, al mondo sindacale della Cgil, rilanciano gli obbiettivi di un'Europa sociale, di un nuovo stato regolatore a livello continentale. Un'area anarchica e di classe è raccolta intorno ad alcuni collettivi locali, che hanno spesso subito l'emarginazione fisica dalle mobilitazioni e che hanno spesso scelto di isolarsi dalle mobilitazioni di massa, ha sommato confusamente una critica ai social forum, un'impostazione antimperialista marcatamente antiamericana ed alcuni toni vagamente populisti, di raccordo con settori di piccola e media borghesia localistici (manifestazione regionale dell'ottobre 2001 a Padova). In Veneto è sostanzialmente assente l'importante componente dei sindacati di base, che ha tenuto in momenti critici (Assisi, Roma a novembre, sciopero generale di marzo) un'impostazione di classe importante per l'ancoraggio del movimento. La componente che manca, in forma organizzata e politicamente consapevole, è soprattutto quella comunista, che ha rinunciato a svolgere la propria battaglia politica nel movimento, accodandosi agli umori di massa e rivendicando unicamente il proprio peso organizzativo.

7.5 Il quadro sindacale veneto è dominato dalla Cisl che, dopo la parentesi degli anni '70, sta impostando una politica neocroporativa: partecipazione dei lavoratori all'azionariato dell'impresa, stabilizzazione della divisione fra stabili e precari, aziendalizzazione dei contratti. Una politica rilanciata nella pratica degli accordi separati, come quelli alla Zanussi e all'Alcoa, o come il fondo pensione integrativo intercategoriale "Solidarietà Veneto", che interessa più di 400 imprese e 10000 soci, salutato da N. Tognana come il "primo atto di federalismo concreto". Con il recente Patto per l'Italia, il Governo ha assicurato alle organizzazioni firmatarie la compartecipazione agli Enti bilaterali, che dovrebbero gestire le politiche per l'impiego, e le nuove mutue della sanità privatizzata. Una politica che sta aprendo contraddizioni e problemi dentro molte fabbriche, ma che vede anche raccogliere consensi in quei settori di classe che più hanno tratto vantaggi dalle differenziazioni salariali e contrattuali di questi anni.

7.6 La Cgil non ha firmato il Patto per l'Italia, subendo una torsione della politica di collaborazione di classe attuata dal suo gruppo dirigente. Una correzione promossa della Fiom, messa con le spalle al muro dalla profondità dell'attacco padronale e governativo. Dopo l'accordo separato in Fiat e sul CCNL metalmeccanico, il Libro bianco e l'attacco allo Statuto dei lavoratori, la rinuncia alla lotta comportava la sua capitolazione sindacale ed organizzativa. Questa correzione di linea, recepita con fatica dalla confederazione dietro la spinta del segretario generale, è finalizzata come nel '94 ha salvaguardare la sua capacità contrattuale ed a ricostruire le condizioni per poter nuovamente avviare la concertazione. Non a caso la Cgil, pur avendo proclamato due scioperi generali in pochi mesi, ha continuato a firmare accordi ispirati alla politica concertativa con Cisl e Uil (Pubblico Impiego, Chimici, Commercio). La gestione della vertenza con il Governo Berlusconi si è caratterizzato per la proclamazione di scioperi simbolici, che non hanno scalfito l'azione del Governo; di fronte ad un'impasse evidente, si è ricorso ai referendum e alle proposte di legge di iniziative popolari, alla subordinazione della lotta di classe al terreno elettorale ed istituzionale quale via migliore per il rilancio dell'Ulivo e in esso della componente socialdemocratica di Cofferati. La Cgil veneta ha circa 360.000 iscritti, ponendosi tra le federazioni di medie dimensioni insieme a quelle della Toscana, del Piemonte e del Lazio, dopo la Lombardia e l'Emilia che raggiungono quasi un milione di tesserati. Una Cgil particolrmente influenzata da settori concertativi e moderati, come dimostrato dal suo comportamento nei patti d'area, nell'Ebav, in molti contratti locali siglati nel corso dell'ultimo anno.

7.7 La sinistra sindacale di "Lavoro Società - Cambiare rotta" non esprime purtroppo una reale alternativa strategica al gruppo dirigente della Cgil, come è emerso dall'isolamento politico e organizzativo del coordinamento nazionale rsu, dal mancato sostegno alle assemblee di delegati di Bologna e Milano nell'inverno scorso, dall'assenza di una risposta al dialogo aperto recentemente dai sindacati di base. Una politica rafforzata dai voti unitari agli ultimi Congressi della Cgil a livello nazionale, categoriale e regionale. Un'area che non è compatta, ma che nel contempo non apre un chiaro dibattito interno, come emerso sin da prima del congresso nella discussione in Fiom (assemblea nazionale di Rimini, dicembre 2001) e confermato da recenti episodi nel direttivo nazionale e in alcune segreterie di categoria. Un'area che è sostanzialmente dominata dal gruppo dirigente di Alternativa sindacale, in larga parte fuoriuscito dal PRC parallelamente alla scissione cossuttiana. Al suo interno sono presenti componenti di classe che si sono opposte a questa deriva, nei voti conclusivi congrssuali come nella promozione delle assemblee di delegati prima citate, o nell'appello per uno sciopero prolungato contro il Governo Berlusconi. In Veneto il gruppo dirigente di Lavoro e Sociatà è caratterizzata da una significativa presenza di compagni del PRC, che in questi anni hanno sempre di più rivendicato la loro autonomia, sino ad essere di fatto indipendenti dal partito.

7.8 La Cub-Rdb e i Cobas scuola sono le più importanti organizzazioni presenti in Veneto che si sono opposte alla concertazione, radicate nel pubblico impiego ma anche in altri comparti (telefonia, alcune aziende tessili e metalmeccaniche, trasporti). Questi sindacati di base non riescono comunque ad esprimere una reale alternativa alla CGIL: troppo spesso sono legati a logiche settoriali; troppo spesso sono influenzati dai gruppi politici che li promuovono, dai tentativi di dar vita attraverso di loro a nuove organizzazioni. Realtà spesso pervase dalla convinzione di poter superare il naturale economicismo dei sindacati, assumendo posizioni tipiche del sindacalismo rivoluzionario. Negli ultimi anni è stata superato un certo settarismo organizzativo, costruendo scioperi unitari dei sindacati di base, con delegati di tutte le provenienze (Telecom, Enel, scuola) e partecipando con proprie piattaforme e cortei agli scioperi Cgil. In Veneto il sindacalismo di base è particolarmente debole, concentrato in tre città (Padova, Venezia, Vicenza), ma scarsamente collegato al suo interno. Nonostante molte presenze significative (Actv di Venezia, Ospedale di Vicenza, Comune, Ospedale ed Università, Università di Padova, Komatsu di Este, poste, ferrovie), rimangono fortemente sfilacciati e segnati dall'influenza dell'ADL, associazione legata al progetto politico complessivo dell'area intorno ai Centri sociali del Nordest.

8. TRA ACCORDI E MOVIMENTISMO, UN PARTITO COLLASSATO: IL PRC NEL VENETO

8.1 Dopo la scissione del Pdci, il Comitato regionale ha visto sbloccarsi l'aspro conflitto con l'area più stalinista del Partito, che per molti anni lo ha tenuto congelato. Un partito che, nonostante il passo avanti, è rimasto politicamente oscillante, con grandi difficoltà di radicamento ed una forte instabilità del suo gruppo dirigente. In pochi anni si sono succedute tre segreterie regionali, con tre maggioranze politiche diverse nel CPR, senza riuscire ad affrontare un approfondito dibattito politico né un bilancio delle esperienze maturate a livello locale. Un partito sempre alla coda dei movimenti sociali, che attende l'espressione e la maturazione delle lotte prima di assumere qualunque iniziativa e proposta. Un partito che contemporaneamente ricerca alleanze e raccordi con il centrosinistra, nelle province ed in Regione, come sbocco politico finale della sua azione: la partecipazione al movimento e la costruzione della sinistra alternativa sono tenute insieme dall'obiettivo di ricostruire un compromesso sociale più avanzato con la borghesia.

8.2 Un partito scarsamente radicato, con pochissimi iscritti anche in rapporto al proprio elettorato (solo cinquemila), una realtà giovanile debolissima e spesso intermittente, una scarsissima presenza organizzata nella classe (7/8 circoli dei posti di lavoro in tutta la Regione; commissioni lavoro inesistenti in alcune federazioni). Una scarsa attenzione al mondo del lavoro sottolineata dallo smantellamento di alcuni di questi circoli negli ultimi anni, dall'indebolimento e la difficoltà con cui sopravvivono quasi tutti gli altri. Pochi iscritti, pochissima organizzazione (sedi, funzionari, strutture funzionanti), pochissimi soldi per l'attività politica. Anche per questo sarebbe importante l'impulso e l'azione che potrebbe provenire dal C.P.R., che potrebbe avere a disposizione alcuni finanziamenti del gruppo regionale (modificando le quote di versamento da parte dei consiglieri) e potrebbe costruire dei nuclei organizzativi in grado di supportare le realtà provinciali.

8.3 La linea politica del CPR, all'interno del percorso indicato dalla maggioranza negli ultimi congressi, è stata determinata dai gruppi dirigenti veneziani e di Rovigo, due federazioni che insieme raccolgono quasi la metà degli iscritti al partito. Una realtà, quella veneziana, che ha avviato un percorso di aggregazione con i Verdi e l'area dei Centri sociali del nordest (proposta di gruppo unico in Comune e della costituzione di sedi della Sinistra alternativa a Mestre). Un percorso segnato dalla condivisione delle analisi sulla fine del lavoro e la trasformazione postfordista della società, dall'abbandono dell'intervento dentro fabbriche e i posti di lavoro, dalla compressione dell'azione tra i giovani dentro le strette maglie dei Disobbedienti (con relative sottovalutazioni e occultamenti dei conflitti fra Giovani comunisti ed ex-tute bianche). Contemporaneamente questo percorso è caratterizzato dalla piena partecipazione ad una giunta, ed al relativo sottobosco amministrativo, che sta attuando le politiche modernizzatici del centrosinistra a livello locale: privatizzazioni, esternalizzazioni, erosione dello stato sociale. A Rovigo, con un partito più legato alla cultura e al funzionamento del PCI, questa politica di raccordo con il centrosinistra è stata coerentemente attuata per tutti gli anni '90, con un'azione politica chiusa nel proprio territorio e la rivendicazione aperta, negli organismi dirigenti regionali, di una propria completa autonomia dagli assetti e dalle scelte del Partito regionale.

8.4 La rielezione di Mauro Tosi a segretario regionale dopo lo scorso congresso nazionale, avvenuta con la sostanziale unanimità del CPR (astensione della minoranza congressuale per la funzione di garanzia svolta durante la precedente dura fase di scontri interni al PRC), ha avviato la ripresa di un confronto politico e di una riorganizzazione del Comitato regionale. Una fase segnata dalla scelta opportunista di sostenere la candidatura di Massimo Cacciari e il polo di centrosinistra alle elezioni del 2000, mantenendo tale raccordo anche successivamente in Consiglio regionale (campagna sulla sanità, referendum scuola); ma anche da un'attenzione della segreteria regionale alla difficoltà di radicamento nella classe, con il tentativo di raccogliere le energie presenti e la stesura di un positivo documento di impostazione politica e organizzativa della Commissione lavoro regionale (proposta di un funzionario per la commissione e di un coordinamento regionale dell'azione nelle categorie).

8.5 L'elezione di Paolo Cacciari, seguita al passaggio del segretario precedente al Gruppo consiliare, ha segnato una forzatura degli equilibri politici del CPR, con un'opposizione ben più ampia della minoranza congressuale alla sua elezione e di quasi il 40% dei votanti ad una segreteria regionale "tecnica". Una gestione coerentemente e apertamente tesa ad allargare la linea politica veneziana a tutto il complesso del Partito, dall'apertura alla Sinistra alternativa al rapporto con il centrosinistra. Un tentativo che si è infelicemente concluso dopo solo un anno di durata, per le contraddizioni che questa linea apriva nel Partito, per le difficoltà materiali di riproporre su un piano diverso condizioni e rapporti di forza particolari della situazione veneziana, per la scelta del segretario di diventare Assessore al Comune di Venezia.

8.6 Un anno ancora peggiore è stato segnato dalla nuova segreteria regionale, con una totale vaghezza e confusione di linea politica, l'inesistenza politica e organizzativa del livello regionale del partito. Il segretario regionale, Gino Sperandio, eletto con l'opposizione di tre segretari provinciali, è stato coadiuvato da una segreteria politica che ha raccolto le diverse anime della maggioranza. Una segreteria che ha blindato il CPR, convocato un paio di volte nel corso di un anno e mezzo (non a caso il bilancio consultivo del 2001 si vota a fine ottobre del 2002). Un periodo segnato da Genova, l'11 settembre, la guerra in Afghanistan, i social forum, importanti elezioni locali (Treviso, Verona, Vicenza), il referendum regionale sulla scuola promosso dal Partito. Una segreteria che si è posta come direttorio politico della maggioranza, che ha rifiutato il confronto ed il dibattito politico. Una segreteria che ha cancellato l'azione del Partito, sostenuta di fatto unicamente dal livello istituzionale, il Gruppo in consiglio Regionale, e le singole federazioni provinciali. Anche per questo è necessaria una svolta politica e organizzativa nel PRC veneto.

9. PER UNA POLITICA MARXISTA RIVOLUZIONARIA DEI COMUNISTI VENETI: LA NOSTRA PROPOSTA

9.1 E' probabile che la maggioranza del proletariato di quest'area del paese, concentrata nelle piccole e medie imprese, non avvierà importanti cicli di lotta né per primo né da solo: diversi e complessi sono i lacci e laccioli che ostacolano la mobilitazione e lo scontro di classe. La piccola dimensione aziendale; la condivisione tra padronato e lavoratori degli stessi luoghi di relazione, il paese, il quartiere, l'osteria, la parrocchia; una presenza sindacale debole e concertativa: questi sono tutti fattori, insieme a quelli che abbiamo già osservato precedentemente, che favoriscono il controllo del territorio da parte della borghesia. Altri settori di classe, in presenza di un intreccio di fattori oggettivi e soggettivi, potranno più facilemente spezzare il controllo sulla classe: i lavoratori della media-grande impresa; il pubblico impiego; i Comitati di lotta popolari (contro i ticket, il caro trasporti, per il diritto alla casa, per i servizi nei quartieri popolari, etc).

9.2 Certamente il più forte fattore di accelerazione della dialettica tra le classi è la crisi capitalistica mondiale, che in questi mesi sta dilagando in Europa e in Italia. La modifica del "Patto di stabilità e di sviluppo" potrà avere una funzione stabilizzatrice rispetto alla crisi economica, attraverso investimenti pubblici infrastrutturali e interventi di sostegno alle imprese, ma non riuscirà ad invertire il ciclo. Gli effetti congiunti della stagnazione in Germania e del rafforzamento dell'Euro già comportano un crollo delle esportazioni italiane, con il conseguente crollo del PIL e delle entrate fiscali. La crisi spinge verso un nuovo contenimento del disavanzo, tagli del salario sociale e privatizzazioni dei servizi pubblici, aumento delle tasse e del costo dei servizi, attacco ai diritti sindacali dei lavoratori, ulteriore precarizzazione della forza lavoro. L'ipotesi di nuovi compromessi e patti neocorporativi si scontrano con l'acutizzarsi della lotta di classe.

9.3 Il principale compito dei comunisti è lavorare per la ricomposizione della classe: rilanciare un nuovo ciclo di lotte ed impedire che sue componenti siano risucchiate in altri blocchi sociali, siano essi regressivi o modernizzatori. In questi anni si è spesso guardato ad alcuni settori della piccola borghesia, politicamente molto attivi, come fattori fondamentali su cui agire per ricostruire un blocco sociale antagonista al capitale in Veneto. Ma questi ceti sociali si muovono in una dinamica anticapitalista solo se incontrano una classe combattiva, solo se per loro è possibile agganciarsi a lotte di classe che prefigurano una società alternativa, cioè solo se trovano una classe autonoma dalla borghesia, un partito comunista in grado di compattarla e di progettare la transizione. Un'autonomia della classe che è necessaria anche per disarticolare l'offensiva della destra populista e liberista, che utilizzano il disagio di questi settori per contrapporli alle lotte operaie.

9.4 Per questo i comunisti devono far leva su settori di classe più combattivi e strutturati, nei conflitti e nelle crisi che si produrranno, per collegarli fra loro, stringere il fronte di classe, permettere nuovi legami ed una più ampia circolazione delle lotte.

- Rilanciare le contraddizioni fra le pratiche concertative del sindacato e le lotte avvenute nei grandi stabilimenti. Nel corso del 2001 e del 2002, i lavoratori della Zanussi, della Fincantieri, dei trasporti, delle poste e delle ex municipalizzate, come di tante altre imprese medio grandi hanno espresso delle lotte molto avanzate contro la flessibilità, per la sicurezza nei posti di lavoro, per la difesa dello Statuto dei lavoratori.

- Non isolare i lavoratori del Pubblico impiego (Scuola, Sanità, Enti), che sono e saranno sempre di più protagonisti di lotte importanti, per gli effetti della crisi economica sulle manovre di bilancio, ma che spesso rischiano di muoversi su tempi, tematiche e modalità tendenzialmente diverse dagli altri comparti.

- Favorire la costituzione di Comitati di lotta in grado di coinvolgere larghe masse popolari, lavoratori e studenti nella difesa del salario sociale, della scuola pubblica, dell'ambiente. Sarà compito dei militanti comunisti collegare sul terreno programmatico ed operativo questi Comitati al movimento complessivo. Queste esperienze sono tanto più importanti in quanto permettono di raggiungere settori di classe e di sottoproletariato difficilmente raggiungibili per la loro disgregazione soggettiva e territoriale.

- L'integrazione dei lavoratori migranti nelle lotte operaie è di importanza strategica, per evitare pericolose divisioni etniche della classe. Se da una parte è fondamentale inserire nelle piattaforme le rivendicazioni di questo settore di classe (contro il razzismo, per il diritto alla casa, per i diritti politici, contro la legislazione antimmigrati), coinvolgendo nella lotta per i loro diritti tutti i lavoratori, dall'altra è importante evitare un "soggettivismo" che li separi dagl'altri lavoratori (scioperi dei migranti, sindacati per migranti, ecc).

9.5 Nel movimento noglobal e in quello contro la guerra il PRC ha fondamentalmente mediato fra le diverse tendenze, galleggiando nel movimento, in una tattica elettoralistica e alla fine perdente. Riteniamo che altro deve essere il compito dei comunisti: non l'adattamento al movimento, alla sua coscienza e alle sue parole d'ordine, ma l'offerta di un punto di vista marxista rivoluzionario, un metodo che sia in grado di portare l'antagonismo di massa in una strategia anticapitalista, coniugandolo con le lotte operaie. Una battaglia di egemonia contro le tendenze borghesi, riformiste e anarchiche presenti nel movimento, un'azione capace di raggruppare la classe e di compattarla, per permettere di rispondere adeguatamente alla crisi capitalista. Per questo è importante sottolineare i conflitti interimperialisti in corso, soprattutto nelle mobilitazioni contro la guerra, per evitare il consolidarsi nella classe di posizioni antiamericane strumentali ad un rafforzamento del blocco imperialista europeo. Per questo è importante cogliere la prospettiva mondiale assunta dal movimento no global, offendo una risposta adeguata a questo livello: non una nuova soggettività politica europea, ristretta ai confini del blocco continentale, ma una nuova internazionale marxista rivoluzionaria, in grado di combattere la spirale della guerra imperialista, imponendo una rottura del modo di produzione capitalista e costruendo una transizione socialista.

9.6 La presenza dei comunisti in queste lotte deve essere segnata da una piattaforma programmatica: un metodo di lotta che a partire da rivendicazioni immediate, cioè dalla coscienza espressa dalla classe, inserisce parole d'ordine che rendano evidente la necessità di porre in discussione la proprietà capitalistica, l'obbiettivo della costruzione di una società socialista. Le stesse rivendicazioni programmatiche devono essere strettamente associate ai processi di autorganizzazione dei lavoratori (Assemblea dei delegati eletti su base democratica, Coordinamento dei delegati, Coordinamenti di comitati di lotta), all'avanzamento della classe nel suo complesso e non solo delle sue avanguardie. Una piattaforma a cui occorre ancorare i militanti comunisti, che in tutti gli ambiti di intervento (organismi sindacali, socialforum, Comitati di lotta, RSU), devono porre al centro dell'iniziativa la conquista della maggioranza della classe e l'unificazione del blocco di classe.

9.7 Strettamente legato al programma è la costruzione dell'indipendenza politica della classe, un polo politico autonomo dai partiti espressione delle diverse frazioni della borghesia. Questa scelta strategica non esclude, quando necessario, la ricerca di un'unità di azione, al di fuori da ogni settarismo, con le organizzazioni del movimento operaio, siano essi riformiste o centriste, e con quelle forze che si pongono su un terreno di critica al sistema capitalista, sulla base della difesa degli interessi dei lavoratori. Ci battiamo pertanto per la costruzione di poli di classe nei comuni, nelle province e nella regione, a partire dalla presentazione indipendente di liste del Partito alle elezioni amministrative e politiche, della fine di ogni politica di collaborazione di classe nelle giunte di centrosinistra.

9.8 Nel mondo sindacale è importante rilanciare e approfondire la correzione anticoncertativa della Fiom e della Cgil, stabilizzare e rilanciare la pratica unitaria dei sindacati di base. Il processo di rifondazione di un sindacato di classe non passa attraverso scelte verticiste e politiciste di piccole organizzazioni. Al contrario, attraversa le lotte e la maturazione di una nuova generazione operaia, la crescita della coscienza dell'autonomia della classe. Per favorire questo processo il compito dei comunisti in questa fase è la costruzione di comitati di azienda e coordinamenti territoriali di delegati e lavoratori, che al di fuori di ogni settarismo di organizzazione, costruiscano piattaforme di classe a partire dai posti di lavoro. Non lasciare la lotta nelle mani dei sindacati confederali, ma collegare le lotte e ricomporle in una vertenza generale in difesa degli interessi di tutti i lavoratori.

9.9 In questi mesi abbiamo di fronte la gravità e la complessità dell'attacco sferrato dal Governo e dal padronato: all'articolo 18, previdenza (Fondi Pensioni), sanità (ticket e mutue), scuola pubblica (legge Moratti e buoni scuola), flessibilità selvaggia contro i giovani lavoratori (Libro bianco, Statuto dei lavori), legislazione anti-immigrati, contrattazione (ccnl e nuove gabbie salariali). Pur valutando la scelta della direzione Cgil di non negoziare l'articolo 18 una scelta giusta, sappiamo che contro queste politiche non bastano scioperi simbolici, che è necessario costruire scioperi prolungati sino al ritiro delle deleghe e dei disegni governativi. Di fronte ad un attacco straordinario, si può vincere se si imbocca una strada nuova e straordinaria: si può sconfiggere questo attacco, se si assume la sua complessità, la necessità di abbattere ora il governo Berlusconi, senza subordinare l'azione di classe alla necessità di ricomposizione politica del centrosinistra. Anche per questo il referendum per l'estensione dell'articolo 18 deve essere strettamente legato alle lotte della classe, alla costruzione di una piattaforma generale adeguata al livello del conflitto. I comunisti individuano nella proposta di istituzione e generalizzazione di casse di resistenza, autonomamente gestite dai lavoratori in lotta, una forma organizzativa che rappresenta un salto qualitativo nelle lotte del proletariato di questo paese e di conseguenza si impegnano a sostenerle a fianco dell'iniziativa autonoma della classe.

9.10 La devastazione dell'ambiente e delle condizioni di lavoro che il capitale produce, in cui si intrecciano sempre più strettamente questioni sociali e questioni ambientali, rendono sempre più inadeguati e impotenti tanto gli approcci meramente etico culturali quanto le tradizionali politiche di riformismo verde. Oggi i movimenti ambientalisti sono di fronte ad una duplice sfida: da un lato riuscire ad allargare ed unificare la propria base sociale, integrando bisogni e domande dei diversi soggetti che sono vittime delle tendenze distruttive del capitale; dall'altro riuscire a formulare obbiettivi di lotta ed una prospettiva credibile. Ciò è possibile soltanto in un'ottica anticapitalista: un nuovo modello di sviluppo, infatti, non sarà possibile senza un nuovo modo di produzione, ossia senza passare per il rovesciamento del capitalismo. Per questo i comunisti operano per evitare il conflitto fra i lavoratori delle imprese inquinanti ed i comitati per la salvaguardia dell'ambiente, fra gli interessi della classe e quello della popolazione, come spesso è avvenuto nella lunga vicenda di Porto Marghera. Un risultato che può essere conseguito costruendo una piattaforma di lotta per espropriare sotto controllo operaio il padronato criminale (quasi sempre consapevole delle conseguenze delle sue scelte produttive), salvaguardare il territorio come il diritto al lavoro delle persone, contrastare l'azione dei sindacati corporativi e concertativi.

I comunisti non si propongono la prospettiva di un nuovo centrosinistra, di gestire per conto del capitale lo stato borghese, a tutti i livelli dal governo ai comuni, con la conseguenza di stabilizzare il sistema capitalista a spese degli interessi dei lavoratori, né la prospettiva di un'Europa sociale e imperialista, promossa dalla socialdemocrazia europea.

I comunisti, salvaguardando la propria indipendenza politica ed organizzativa, esprimono nelle lotte e nelle assemblee legislative, dal parlamento ai consigli comunali, la prospettiva del rovesciamento del modo di produzione capitalista, per superare lo sfruttamento dell'uomo sull'uomo, per evitare la barbarie della guerra e dei conflitti fra poli imperialisti.

I comunisti lottano per la conquista egemonica della maggioranza della classe, per uno sbocco socialista dei processi rivoluzionari, per una prospettiva di liberazione che attraverso la democrazia proletaria permetta la socializzazione dei mezzi di produzione e il superamento della divisione in classi della società, nella prospettiva di una società comunista.