“PASSATE LE PRIMARIE….”

   

Passate le primarie, con l’annunciata investitura di Romano Prodi, l’intera situazione politica italiana sembra evolvere, giorno dopo giorno, verso una prospettiva di alternanza liberale: una prospettiva che da un lato si avvale della spinta pregressa di una stagione di lotte e del suo lascito antiberlusconiano; dall’altro si fonda sempre più chiaramente su un programma opposto alle ragioni sociali e politiche di quella stagione.

I gruppi dirigenti della sinistra dell’Unione continuano ad assicurare: “Il programma verrà, lo condizioneremo a sinistra”. Ma lo ripetono da anni, mentre i fatti marciano in direzione opposta, e a passo sempre più accelerato. E sono i fatti, ben più delle parole, a scrivere il programma reale dell’Unione. Ricapitoliamoli allora, nella sequenza impressionante di questi giorni.

Romano Prodi ha ufficialmente e clamorosamente annunciato il rifiuto del ritiro immediato dall’Irak oltreché la continuità delle altre missioni militari, aggiungendo che il governo dell’Unione sarà per gli USA un alleato più affidabile di Berlusconi. Piero Fassino, in consonanza col ministro Martino, ha promesso un aumento e qualificazione delle spese per la difesa ad un’assemblea plaudente dei vertici delle forze armate. Tutto il Centro dell’Unione, dalla Margherita alla maggioranza DS, ha partecipato in prima fila ad una manifestazione reazionaria pro Sharon promossa dal settore più oltranzista di un governo di guerra. Le giunte del Piemonte e di Bologna esibiscono la politica di “legge e ordine” col pubblico appoggio delle destre e in rotta di collisione coi movimenti, sino all’uso della forza contro di essi. E’ sufficiente l’insieme di questi fatti per concludere che il Centro dell’Unione ha rafforzato, dopo le primarie, la propria egemonia di classe sulla coalizione, o è necessario attendere altre prove?

Lo stesso Romano Prodi ha affermato candidamente che il suo futuro  governo non avrà un prevalente carattere di  “mediazione”,  ma gestirà, in particolare sul terreno del risanamento finanziario, quella che ha chiamato una “terapia schok” per il Paese: “Non ho un partito e non  ne porto il peso: significa che posso scontentare molta gente. Basta farlo subito  scontentandoli tutti insieme per poi recuperare nel resto della legislatura”. Con questa dichiarazione rilasciata il 5 settembre al quotidiano La Stampa, Prodi ha spiegato con semplicità ed efficacia il codice reale del futuro programma di governo e lo stesso significato autentico delle primarie.  “L’uomo senza partito”, col concorso determinante della sinistra, ha cercato e ottenuto un’investitura popolare  plebiscitaria su cui far leva non solo per rafforzare già oggi il proprio potere di comando nella coalizione (anche in fatto di dislocazione delle candidature), ma per governare domani con polso fermo, da autentico premier, quelle scelte politiche internazionali e di stretta sociale che collidono con aspettative ed esigenze della base popolare dell’Unione: anche con le esigenze di quei milioni di lavoratori e di giovani che l’hanno votato alle primarie “contro Berlusconi”.

Si obietta che, a differenza di Rutelli e dello stato maggiore della Margherita, Prodi guarda con attenzione alle relazioni con la sinistra della coalizione, ed in particolare col PRC. Verissimo. Ma si tratta di approfondirne le ragioni. In realtà non c’è alcuna contraddizione tra il perseguire un programma neoatlantista e di stretta sociale e il curare le relazioni a sinistra. Al contrario. Paradossalmente, più il programma annunciato del futuro probabile governo seguirà lo spartito della “terapia shock”, come prova di affidabilità interna e internazionale agli occhi dei poteri forti, più avrà bisogno di un ammortizzatore sociale e politico a sinistra: anche per evitare il rischio di quella ingovernabilità sociale che lo spettro delle banlieau francesi ha efficacemente materializzato. Insisto: non si tratta solamente di ragioni di matematica parlamentare, ma di ragioni di classe. Prodi non avrebbe alcuna possibilità di  gestire il programma che gli commissionano le grandi famiglie e i banchieri del Nord (non a caso in prima fila per votarlo) senza recuperare un rapporto protettivo di concertazione sociale, innanzitutto con la CGIL. E non ha la possibilità di recuperare la concertazione sociale se non ottiene, parallelamente, la concertazione politica delle sinistre. Per questo, a differenza che nel ’96, tutto il centro liberale dell’Unione chiede il pieno coinvolgimento di governo di tutte le sinistre e per l’intera legislatura.

“Ma le sinistre si faranno valere”, si obietta, “porranno condizioni e paletti, non si può fare il processo alle intenzioni”. Purtroppo temo che il ragionamento vada esattamente capovolto. Proprio partendo non dalle intenzioni ma dalla realtà. Se persino di fronte agli annunci di fedeltà agli USA e all’inchino verso le gerarchie militari, le sinistre preservano a capo chino la propria collocazione nell’Unione;  se persino di fronte alle manganellate contro lavoratori, movimenti e … segretari di federazione, le sinistre restano aggrappate alle Giunte del Piemonte e di Bologna; se questo accade proprio nel momento apparente di maggiore forza negoziale (e cioè prima delle elezioni politiche), per quale miracolosa ragione dopo le elezioni, con un paio di ministri nel probabile governo del nuovo premier, dovrebbero recuperare intransigenza e capacità di incidere? La verità, a me pare, è esattamente opposta. Una volta che si sigla un’alleanza innaturale di governo con il Centro dell’Unione e con i poteri forti che lo sostengono, si è già imboccato il piano inclinato della resa. Una volta imboccata quella via ogni negoziato è condannato a svolgersi sul terreno di classe dell’avversario, dentro le sue compatibilità politiche e sociali, e a suo vantaggio. Lo dimostra l’esperienza di tutti i governi di Centrosinistra al mondo, senza eccezione, dal Brasile all’India. Fatico ad immaginare un esito diverso per un’alleanza di governo qui in Italia con Prodi, Rutelli, Fassino. Tanto più dopo l’esperienza della precedente legislatura dell’Ulivo.  

Si può rovesciare questa china? Si può ancora recuperare una prospettiva politica che miri a rovesciare Berlusconi dal versante dei lavoratori e non da quello di industriali e banchieri contro i lavoratori? Ancora si può, a me pare. Ma tutto dipende dalle scelte politiche della sinistra italiana, dalle scelte di quell’arco diffuso di partiti, tendenze, organizzazioni di massa, rappresentanze di movimento che in questi anni hanno insieme militato, con posizioni diverse, sul fronte comune della mobilitazione antiberlusconiana. Vorranno continuare a coltivare la rendita di posizione di sinistra dell’Unione facendo da sgabello al liberalismo, o vorranno liberare dall’Unione la sinistra, unire le proprie forze attorno a un polo autonomo e alternativo, liberare finalmente le stesse energie dei movimenti contro il governo Berlusconi, oggi imprigionate dalle compatibilità dell’Unione? Insomma: si rassegneranno a ruota di scorta dell’alternanza o si batteranno per un’alternativa vera? Dalla risposta a questi interrogativi dipenderà non poco dello scenario politico futuro del paese e della stessa sinistra italiana. Certo Progetto Comunista-sinistra del PRC continuerà una battaglia di fondo, nel proprio partito e nei movimenti, perché un’intera stagione di lotte non venga piegata, ancora una volta, all’ennesima variante del compromesso storico e del trasformismo. Ciò che davvero sarebbe inaccettabile.

 

14 novembre 2005                                                                        

                                                                          MARCO FERRANDO

Direzione Nazionale PRC

Portavoce di Progetto Comunista-Sinistra del PRC