Progetto di Tesi programmatiche per il Congresso per la rifondazione della Quarta Internazionale

 

Una nuova fase nell’epoca dell’agonia del capitalismo

1. Le caratteristiche che distinguono la presente fase storica sono state determinate dalla dissoluzione dell’Unione sovietica e dalla restaurazione del capitalismo che è in corso, a doversi livelli, in Russia, in Cina e nell’insieme degli Stati operai degenerati. Per quanto non siano mai usciti dal quadro del capitalismo mondiale, anche perché non avrebbero potuto farlo, la loro scomparsa ha ampliato in una scala senza precedenti in termini geografici e sociali il dominio del capitale.

La restaurazione capitalistica, avendo reintegrato nel mercato mondiale centinaia di milioni di lavoratori, ha rafforzato la concorrenza all’interno della classe operaia mondiale. L’espropriazione del capitale, limitando questa concorrenza con mezzi rivoluzionari, aveva significato un progresso della lotta della classe operaia contro la classe capitalistica per la distribuzione del reddito su scala mondiale.

2. La restaurazione del capitalismo negli ex Stati operai ha messo fine a una lunga serie di tentativi del proletariato di abbattere i regimi burocratici con metodi rivoluzionari. Le rivoluzioni politiche contro le burocrazie al governo in tutti gli ex Stati operai, fra il 1953 e il 1989, sono iniziate come ribellioni delle forze produttive che si erano sviluppate nel quadro dell’economia pianificata contro la deformazione e lo strangolamento da parte delle burocrazie controrivoluzionarie. Senza dubbio, a partire dalle crescenti alleanze economiche, politiche e diplomatiche della burocrazia controrivoluzionaria con l’imperialismo, queste rivoluzioni si sono trasformate, oggettivamente, in una ribellione delle forze produttive contro il capitalismo mondiale. La restaurazione capitalistica significa, nel  complesso, ossia indipendentemente dai risultati parziali e relativi che può aver conseguito in questo o quel paese, un arretramento di carattere storico delle forze produttive imposto dalle relazioni sociali esistenti.

L’ingresso dei regimi burocratici nel sistema internazionale del debito estero; gli accordi sempre più frequenti dei loro governi con il FMI; i trattati internazionali che impegnavano la burocrazia nella difesa della proprietà e del mercato capitalistici (Helsinki, 1975; cessione di Hong Kong, 1982), sono stati altre manifestazioni della tendenza della burocrazia alla restaurazione capitalistica.

La disintegrazione degli apparati statali in Cina e in Polonia, nel quadro della “rivoluzione culturale” l’uno e dell’occupazione delle fabbriche alla fine degli anni settanta, l’altro, segnano i punti di svolta che hanno lasciato i regimi sociali “transitori” senza una “terza opzione” fra restaurazione del capitalismo o rivoluzione proletaria.

Queste crisi rivoluzionarie non solo riflettono il fallimento del “socialismo in un paese solo”, ma anche l’impasse complessiva del capitalismo mondiale. Si verificarono quando il cosiddetto boom economico internazionale del dopoguerra si era esaurito e una decina d’anni dopo la crisi internazionale del 1971-75 che fu l’inizio di un declino economico relativo molto prolungato ed esteso.

3. La restaurazione del capitalismo, che si trova nelle fase iniziali, ha tuttavia ampliato il raggio di sfruttamento del capitale internazionale. L’apertura degli ex Stati operai ha offerto al capitale una nuova possibilità di sfruttamento che comprende centinaia di milioni di persone (Cina), oltre alla possibilità di impadronirsi di un parco tecnologico sofisticato (Russia): Ma questo inizio di uscita dalla saturazione del mercato mondiale è stato accompagnato da un incremento della saturazione dello stesso mercato mondiale.

E’ accaduto che in stretta relazione con questo ampliamento si è intensificata la competizione fra i monopoli capitalistici internazionali alla ricerca della conquista di questi nuovi mercati e di una nuova divisione del mercato mondiale. La maggiore mobilità geografica conquistata dal capitale ha accentuato la concorrenza all’interno del proletariato a livello internazionale. La concorrenza fra i lavoratori si manifesta, in forma indiretta, per mezzo dello sfruttamento delle forze produttive e dei lavoratori a più buon mercato e, in forma diretta, nell’ondata di migranti diretti verso le metropoli. Nei paesi arretrati si aggrava la sovrappopolazione relativa derivante dal fallimento della piccola produzione e dalla crisi agraria,mentre nelle metropoli si manifesta un marcato arretramento die diritti sociali.

Dal momento che il capitale affronta la restaurazione capitalistica con i mezzi che gli sono propri, si sono rafforzate anche le altre sue tendenze fondamentali: la concentrazione della ricchezza a un polo e della misera al polo opposto della società; l’acutizzazione dell’anarchia economica e per tanto delle crisi finanziarie e commerciali; la liquidazione degli strati intermedi della piccola produzione; l’aumento delle crisi agrarie e delle rivolte contadine; un più forte ostacolo allo sviluppo indipendente dei Paesi in ritardo. In ultima istanza, la spinta verso nuove guerre e nuove rivoluzioni.

Con la restaurazione capitalistica,la crisi storica del capitalismo non si è attenuata ma semmai acutizzata. Il fatto è che il crollo degli Stati operai degenerati si sviluppa nel quadro delle tendenze della crisi capitalistica mondiale. Dall’ex Germana orientale alla Russia si sta svolgendo un vero arretramento del livello di civiltà. In Cina, l’invasione del capitale straniero ha sfruttato il dislivello fra l’economia mondiale e il ritardo storico della Cina per dar luogo a uno sviluppo tanto rapido quanto unilaterale, che dunque provoca, insieme all’estrema polarizzazione della ricchezza, la demolizione dell’economia statale, tuttora maggioritaria, e una gigantesca crisi agraria. Le economie più avanzate, da parte loro, soffrono un seguito di crisi finanziarie sempre più estese e intense, che trascinano grandi monopoli e intere nazioni alla bancarotta e all’esplosione sociale e politica. Per la prima volta si trova minacciata la sopravvivenza dell’Unione europea come entità politica. La crisi storica del capitale ha attraversato diversi gradi e ha rafforzato la tendenza alla creazione di situazioni rivoluzionarie e di rivoluzioni sociali. Diventa manifesta in questo modo la tendenza del capitale verso la propria dissoluzione.

4. La fase aperta con il crollo degli Stati operai degenerati ha dissolto il sistema di relazioni internazionali stabilito attraverso gli accordi del dopoguerra e, con ciò, ha generato crisi internazionali sempre più profonde. L’esaurimento della “architettura diplomatica” della cosiddetta guerra fredda esprime nel complesso una nuova fase dei rapporti di forza fra le classi sociali.

I partiti che rispondevano all’apparato internazionale legato a Mosca hanno fallito nel loro tentativo prolungato di riconvertirsi in partiti riformisti “nazionali” e in via generale sono in via di dissoluzione. Allo stesso modo, sono crollati anche molti Stati clienti della burocrazia russa, specie nei Balcani, in Medio Oriente, in Asia centrale e in Africa. La restaurazione capitalistica nell’ex URSS non solo ha provocato una disorganizzazione economica generalizzata, ma ha anche fatto saltare tutti gli antagonismi nazionali sepolti dallo stato poliziesco. Le nazioni dell’Asia centrale e del Caucaso si sono trasformate in un gigantesco campo di contesa per l’imperialismo mondiale. Sul piano delle relazioni politiche internazionali la nuova fase si caratterizza per crisi interstatali e guerre generalizzate in tutti i continenti.

 

L'ideologia dell'imperialismo nella fase attuale  

5. La caratterizzazione della fase in atto, presentata dal mondo accademico ufficiale e semiufficiale, come “globalizzazione” (con riferimento al capitale) riveste di un carattere storico progressivo la restaurazione capitalistica negli ex Stati operai. La globalizzazione del capitale, tuttavia, è un fenomeno che ha raggiunto il suo apogeo storico già da molto tempo, con la formazione di un unico mercato mondiale e l’emergenza dell’imperialismo. Esprime il declino del capitalismo, non la sua ascesa. L’arretramento storico, che a un punto culminante nella restaurazione capitalistica in corso, ha avuto un inizio con la controrivoluzione burocratica che non fu altro che l’espressione della pressione dell’economia capitalistica mondiale su un “socialismo” isolato in “uno” o vari paesi storicamente arretrati. La “globalizzazione” in quanto restaurazione del capitale laddove questo era stato espropriato, non costituisce un passo avanti ma un passo indietro storico, e comporta, da un lato, la perdita di conquiste storiche e social in questi paesi e a livello internazionale. La “globalizzazione” è l’espressione ideologica della distruzione della prospettiva del socialismo conquistata storicamente dal proletariato in due secoli di lotta di classe.

Essa attribuisce la vittoria transitoria del capitale sui regimi sociali postcapitalistici diretti dalla burocrazia alla capacità del capitale di rivoluzionare indefinitamente le forze produttive, ciò che ignora, da un lato, il carattere contraddittorio del capitale e, dall’altro, il suo carattere storicamente condizionato; e che i progressi della scienza e della tecnica, promossi dal capitale non come finalità sociale cosciente ma come mezzo necessario per aumentare lo sfruttamento del lavoro altrui, potenzia le sue contraddizioni e le rende sempre più esplosive.

L’eufemismo “globalizzazione” pretende di mettere un segno di uguale fra la liquidazione delle formazioni economiche precapitalistiche da parte del capitale nell’epoca storica della sua ascesa (liberalismo) e la distruzione della proprietà statizzata e dell’economia pianificata nella fase del capitale monopolistico in disgregazione.

Presenta l’unificazione capitalistica del mercato mondiale come una prospettiva ancora non completata, e non come una realtà che ha esaurito le sue possibilità storiche e che genera crisi economiche esplosive, catastrofi sociali di portata maggiore e guerre sempre più distruttive.

La “globalizzazione” rifiuta l’idea che la restaurazione capitalistica abbia un carattere transitorio la cui conclusione sarà determinata dallo sviluppo della presente crisi mondiale.

6. La “globalizzazione” è una finzione ideologica che pretende ugualmente di occultare il complesso delle tendenze alla disgregazione del capitale mondiale. Per esempio, l’estensione fenomenale del capitale fittizio (indebitamente pubblico e privato, degli investitori e dei consumatori, finanziario e speculativo), che supera abbondantemente il capitale nella sua forma materiale e che porta alla bancarotta i bilanci statali. Lo sviluppo del capitale fittizio sotto forma di estensione senza precedenti dei mercati del capitale costituisce un mezzo poderoso di confisca economica addizionale dei lavoratori, degli strati sociali intermedi e di intere nazioni.

La cosiddetta terziarizzazione (il subappalto), altra caratteristica della menzionata globalizzazione, non rappresenta una nuova fase storica dell’industrializzazione sotto l’impulso della divisione internazionale del lavoro, ma semmai uno sviluppo parassitario dei grandi “polipi” capitalistici, che sostituisce l’industrializzazione dei paesi arretrati con l’impianto di maquiladoras [fabbriche ad alta intensità di lavoro dequalificato] e stabilimenti di assemblaggio per sfruttare la manodopera a buon mercato e saccheggiare materialmente le nazioni coinvolte.

Il risultato di questo complesso di tendenze è la sovrapproduzione cronica di merci e di capitali, la tendenza alla depressione economica, la generalizzazione (questa sì globale) della deflazione su scala internazionale e della disoccupazione operaia la più elevata e persistente della storia del capitalismo. La cosiddetta globalizzazione “ingloba” tutte le forme di capitale nella forma di capitale “globale” per occultare in tale modo la sua fase storica specifica, ossia il livello eccezionale raggiunto dal suo sviluppo parassitario e dipendente dalla rendita.

7. Lo sviluppo capitalistico delle ultime decadi ha acutizzato la contraddizione fra il carattere mondiale dello sviluppo delle forze produttive e del mercato, da un lato, e il carattere nazionale dei capitali, dei monopoli e degli Stati. Ossia ha acutizzato l’anarchia capitalistica.

Il rafforzamento della nazionalizzazione dei capitali mette a nudo il carattere interessato delle espressioni apologetiche come “trasnazionali”, “multinazionali” o “globalizzazione”. La nazionalizzazione del capitale si manifesta in modo speciale nella supremazia conquistata dal capitale nordamericano, soprattutto nelle banche di investimento.

L’unione europea ha fallito nel tentativo di creare un capitale specificamente europeo in contrapposizione ai capitali nordamericani e giapponesi e anche con riferimento ai capitali nazionali dei diversi Stati europei, cioè francesi, italiani, tedeschi o greci. L’atomizzazione nazionale del capitale monopolistico in Europa non è stata superata dalla creazione di una Banca centrale e neppure dalla moneta unica. Quest’ultima ha esacerbato le contraddizioni delle economie nazionali, in conseguenza dei diversi livelli di sviluppo di ciascuna. Il tentativo di stabilire una propria moneta di riserva in competizione con il dollaro è una manifestazione clamorosa delle rivalità nazionali del capitale e costituisce una fonte costante di scontri internazionali, conflitti diplomatici e anche guerre per procura (fuori e dentro le frontiere dell’Europa). Le coalizioni che si costituiscono fra i diversi gruppi economici di nazioni differenti hanno, quasi sempre, carattere provvisorio. Sono la manifestazione dello scontro fra blocchi di nazioni contro altri blocchi di nazioni che si dissolvono, a loro volta, ad ogni manifestazione della crisi economica generale. Gli Stati nazionali sono più che mai strumento dei monopoli nella lotta per la supremazia nel mercato mondiale. Questo fenomeno si è accentuato con le politiche di “libero commercio” che privano le nazioni più deboli della possibilità di proteggersi con mezzi di ordine politico e le lasciano all’arbitrio delle pochissime nazioni più potenti, in special modo gli Stati Uniti.

8. La formazione dell’Unione europea non è stata un processo storico lineare. Ha rappresentato, nelle differenti fasi, i tentativi di adattamento e di sopravvivenza della borghesia imperialista europea alle mutate condizioni della crisi mondiale. Sotto denominazioni similari, ha rappresentato fenomeni sociali e politici differenti.

Sia per contenere la rivoluzione sociale nel dopoguerra; sia come quadro che permettesse di ristabilire i vecchi Stati nazionali esausti dopo due conflitti mondiali, come le uniche forme concrete di dominio politico del capitale; sia per risolvere la crisi di sovrapproduzione mediante la parziale eliminazione delle barriere commerciali; sia come strumento politico per unificare l’offensiva contro i lavoratori dopo la fine del boom del dopoguerra e l’inizio dell’attuale fase di crisi; sia per organizzare la lotta contro il capitale nordamericano nel quadro di questa crisi mondiale; sia come un tentativo, infine, degli Stati più potenti, e in particolare della Germania, di fronteggiare il crollo dell’URSS e dell’Europa orientale e di annettere i nuovi mercati dell’Est e della Russia. L’imperialismo europeo ha cavalcato un insieme di “corridoi” (rotte di trasporto, strade, oleodotti), per legare a Est l’Europa con il Caucaso e l’Asia centrale, passando per i paesi che compongono la penisola dei Balcani.

Sotto la pressione della crisi economica mondiale e delle lotte dei lavoratori, tuttavia, le tendenze centrifughe tendono ad imporsi sempre più su quelle centripete. L’utilizzazione delle rivalità nazionali da parte del capitale finanziario nordamericano tende a frantumare l’Unione europea. La crescita di questo scontro interimperialista condiziona complessivamente la crisi politica mondiale. Dai Balcani, alla Russia e al Caucaso, fino al lontano Oriente, all’Iraq e alla Palestina, le crisi e gli scontri nazionali e le guerre esprimono, ogni volta di più, la crescente opposizione fra i capitali e gli Stati europei, per quanto divisi fra loro, e quelli nordamericani. Le manifestazioni della tendenza alla disintegrazione dell’Unione europea si sono acutizzate, seminando la confusione fra coloro che la consideravano irreversibile e le assicuravano un progresso illimitato.

9. Le tendenze centrifughe e lo scontro crescente con l’imperialismo nordamericano hanno influenzato i ritmi di sviluppo delle crisi politiche, con un impatto particolare nel Vecchio continente. Questa tendenza d’insieme condanna al ridicolo coloro che difendono il completamento e lo sviluppo dell’Europa imperialistica con una “costruzione più democratica”. La penetrazione dei monopoli europei nei paesi dell’Est ha rafforzato la tendenza imperialista dell’Unione europea, acutizza la concorrenza fra i grandi gruppi internazionali, accentua la crescente dissoluzione sociale nei Balcani e nell’Europa orientale e potenzia l’offensiva del capitale e dei suoi Stati contro le condizioni del proletariato dell’Europa occidentale.

La crisi economica cha ha provocato l’esplosione della bolla finanziaria nordamericana, agli inizi del 2002, si è manifestata con maggiore acutezza nell’Unione europea, in special modo nella tendenza alla depressione che interessa la Germania, la Francia e l’Italia. La perdita di posizioni di questi paesi nel mercato mondiale, a beneficio del capitale nordamericano, ha provocato un’acuta tensione fra la borghesia e il proletariato, dal momento che il capitale europeo non può far fronte alla concorrenza internazionale senza compiere pesanti manomissioni delle conquiste sociali e nei diritti lavorativi delle masse. L’attacco contro la sicurezza sociale e la salute ha aperto una fase di violenti conflitti sociali in Europa. Lo “spazio” per una “costruzione democratica”, ovvero nel quadro dell’imperialismo, si restringe progressivamente. Idealizzata dai suoi apologeti come il mezzo per superare i limiti imposti dalle frontiere nazionali allo sviluppo delle forze produttive, L’Unione europea si è rapidamente rivelata un freno a questo sviluppo. In un certo modo essa fa esplodere il tentativo di integrare in un unico quadro istituzionale gli acuti dislivelli di sviluppo capitalistico che caratterizzano le diverse aree dell’Unione europea. La Quarta Internazionale denuncia il carattere imperialista dell’Unione europea e dei suoi propositi di espansione ad Oriente; sottolinea che l’imperialismo implica una tendenza alla reazione politica e non alla democrazia; segnala che l’Unione europea ha fallito il tentativo di superare l’ostacolo storico delle frontiere nazionali e di sviluppare le forze produttive e che, inoltre, ha creato ostacoli ulteriori che hanno a che vedere con la sua artificialità storica; e evidenzia che la tendenza imperialista e la tendenza ad accentuare le sue contraddizioni portano a una acutizzazione della lotta di classe all’interno dell’Europa. Questo complesso di fattori rafforzano la tendenza a provocare nei paesi europei crisi politiche importanti e anche a porre la questione del potere. La Quarta Internazionale iscrive in questo quadro la crisi politica dell’aprile 2001 in Francia, quando si produsse la dissoluzione politica dei partiti tradizionali di destra e di sinistra, congiuntamente a una grande mobilitazione di massa, in particolare della gioventù. Fu messo a nudo, in questa crisi, l’esaurimento della democrazia imperialista. Su questa base la Quarta Internazionale denuncia il carattere reazionario della parola d’ordine che rivendica un’Unione europea “democratica” e “sociale” e riconferma la piena validità dell’unità del proletariato europeo per l’espropriazione del capitale e l’istituzione degli Stati uniti socialisti d’Europa.

10. La fase economia mondiale che inizia intorno agli anni settanta si distingue da quella che ebbe luogo nell’immediato dopoguerra non solo per il cambio di tendenza nel trend generale di sviluppo della produzione. Si caratterizza, soprattutto, per le recessioni cicliche di grande ampiezza che si combinano con crisi finanziarie di ampiezza inedita, in conseguenza dell’esplosione delle “bolle” speculative, dello straordinario indebitamente degli Stati, dei capitalisti privati e dei consumatori, con cui si cerca di alimentare la “ripresa” dell’economia. I crolli finanziari che vanno dal 1997 al 2001 chiudono un ciclo speculativo senza precedenti iniziato con l’“euforia” provocata dalla dissoluzione dell’URSS:

L’economia mondiale, nel suo insieme, si caratterizza per la tendenza al prodursi di crisi finanziarie di grande ampiezza e alla deflazione. Il quadro politico mondiale, a sua volta, è condizionato da queste tendenze dell’economia.

11. Le guerre dei Balcani, dell’Afghanistan, dell’Iraq, nel Caucaso, in Palestina e in diversi paesi africani hanno inaugurato una fase di guerre imperialiste di rilievo internazionale che smentiscono del tutto la pretesa universalistica della “globalizzazione”, la sua natura idillica, ossia meramente “economica” e “pacifica”, o la “naturalità” della supremazia del capitalismo nell’attuale fase storica. Il crollo “pratico” e ideologico della “globalizzazione” si esprime nel risorgere delle sue manifestazioni formalmente opposte, come lo “scontro di civiltà”, la necessità delle “costruzioni nazionali” e un particolare “terrorismo internazionale” che si manifesta come guerra mondiale che non si presenta come guerra interstatale.

Questa nuova ondata di guerre è soltanto la fase preliminare di un nuovo periodo di massacri. E’, prima di ogni altra cosa, l’espressione di rilievo dell’impantanamento del capitale. Non coinvolge soltanto rivalità commerciali relative al petrolio e ai mercati delle materie prime in Asia centrale. E’ una manifestazione inconfutabile del fatto che la restaurazione capitalistica è un processo che comporta violenze e guerre. Il filo conduttore è la lotta per la conquista economica e politica dello spazio lasciato dalla dissoluzione dell’Unione sovietica e per il controllo della restaurazione capitalistica in Cina. L’egemonia sulla restaurazione capitalistica da parte dell’uno o dell’altro dei blocchi rivali può spostare in modo decisivo i rapporti di forza fra le diverse potenze imperialiste. La lotta per la conquista dei mercati dell’Europa orientale e dell’Asia tende a trasformarsi, per questo motivo, in una lotta interimperialista senza paragoni nella storia. Questa lotta interimperialista, espressione di una enorme crisi nelle relazioni fra le classi all’interno di ogni paese, tenderà ad acutizzare le crisi e le lotte fra le classe in tutti i paesi, inclusi quelli semicoloniali.

Dal un punto di vista storico complessivo, la fase attuale è parte di un’intera epoca, che si è messa in moto con la prima guerra mondiale e con le rivoluzione che si sono succedute, fondamentalmente con la rivoluzione dell’Ottobre 1917. Le contraddizioni mortali di questa epoca, fra guerre imperialiste e rivoluzione, non hanno trovato una soluzione nel corso della seconda guerra mondiale. Da un lato, la vittoria dell’Armata rossa  sul nazismo, la rivoluzione cinese, l’estensione dell’URSS a Occidente e le varie rivoluzioni nelle colonie misero un limite alla soluzione fondata sulla restaurazione del capitale in Unione sovietica. D’altro lato, la sconfitta della rivoluzione in Europa, la ristabilizzazione del capitalismo colpito dalla guerra e il prolungamento del dominio della burocrazia controrivoluzionaria negli Stati operai bloccarono la possibile soluzione storica rappresentata dalla rivoluzione socialista su scala internazionale.

Nella fase successiva,le rivoluzioni politiche, il crollo della burocrazia e la crisi capitalistica mondiale dimostrarono il fallimento della “coesistenza pacifica” o della “convergenza dei sistemi”. L’attuale periodo storico pone l’alternativa fra la completa restaurazione del capitalismo attraverso una fase di barbarie e di guerra e l’arretramento sociale delle masse, o la vittoria definitiva della rivoluzione socialista, tendenza che tende ad essere rafforzata dai disastri della restaurazione capitalistica e che, per tanto, potrebbe incontrare più che mai in passato un terreno favorevole nelle stesse nazioni imperialiste. I riformisti e i centristi troppo in fretta hanno dato per conclusa l’epoca delle guerre e delle rivoluzioni e pontificato sull’avvento della “pace infinita”.

 

La direzione del proletariato

12. La crisi di direzione del proletariato è stata il fattore decisivo della crisi nella quale è entrata l’umanità. Per superare questa crisi di direzione ci si propone ora di ricostruire una direzione della classe operaia mondiale. E’ trascorso un lungo periodo di tempo e l’esperienza di varie generazioni da quando l’avanguardia della classe operaia poteva ancora parlare a nome di una direzione storica del proletariato rivoluzionario. Le sconfitte subite dalla classe operaia, da quelle che hanno distrutto le sue organizzazioni a quelle politiche – non meno profonde - ,  si sono tradotte in un arretramento della coscienza di classe delle masse e, infine, nella sconfitta delle rivoluzioni politiche e, come conseguenza di ciò, nella disintegrazione degli stati operai.

Nel campo popolare sono risorte le tendenze nazionaliste piccolo borghesi nelle loro forme più aretrate, anche reazionarie. Le cosiddette organizzazioni politiche tradizionali della classe operaia sono, nella maggior parte dei casi, soggette alla borghesia, compresa quella imperialista. I partiti stalinisti si sono penosamente riciclati nel democraticismo pro imperialista.

All’interno delle organizzazioni tradizionali non si manifesta l’irruzione di alcun movimento operaio combattivo o tendenza reale che reclami  un ‘’ritorno alle fonti storiche’’. Le organizzazioni che si richiamano, in un modo o nell’altro alla IV Internazionale hanno capitolato davanti a questo regresso della coscienza di classe e svolgono, nella maggior parte dei casi, il ruolo politico corrispondente alla piccola borghesia democratizzatrice o nazionalista. Questo succede anche laddove la difesa della democrazia borghese e dell’identità nazionale sono rivendicazioni reazionarie, come nel caso dei paesi imperialisti. I lunghi decenni trascorsi da quando la bancarotta della II Internazionale lasciò sul tappeto la crisi di direzione del proletariato internazionale, e dalla fondazione della III e della IV Internazionale, hanno lasciato un grande vuoto teorico e organizzativo per la nuova generazione proletaria. La rivendicazione da parte di alcuni gruppi di rappresentare la continuità rivoluzionaria non è altro che una petizione di fede settaria, che è servita per coprire diversi tipi di degenerazione ideologica. Le condizioni soggettive per la ricostruzione dell’Internazionale Operaia, il cui punto programmatico più sviluppato si trova condensato nel programma di Transizione della IV Internazionale, hanno subito un arretramento considerevole, che si potrà superare solo nell’ambito delle lotte di classe internazionali nel loro insieme, che caratterizzano in modo crescente la fase attuale.

13. A partire dalle manifestazioni di massa di Seattle nel 1999, si è messo in evidenza un grande movimento internazionale di lotta contro l’imperialismo. Questa irruzione costituisce una delle manifestazioni di lotta più alte dell’attuale crisi mondiale. Il movimento anti globalizzazione ha debuttato denunciando ‘’la dittatura ‘’ delle organizzazioni finanziarie e commerciali internazionali, ma, in seguito, ha dato impulso anche a mobilitazioni di massa contro la guerra imperialista nei Balcani e in Irak. Obiettivamente è stato un fattore di intervento popolare nelle crisi politiche che hanno colpito le potenze imperialiste coinvolte nella guerra.

Per quanto la presenza di giovani lavoratori sia dominante nelle mobilitazioni anti-globalizzazione, il proletariato non interviene al loro interno come classe, con coscienza di classe, cioè con le sue bandiere, le sue rivendicazioni e le sue organizzazioni. Quando in alcune occasioni compare la burocrazia dei sindacati, il fine è quello di trascinare il movimento nel campo dell’imperialismo.  Tuttavia, senza dubbio, esso costituisce una tappa nella maturazione dell’attuale generazione di lavoratori. La ‘’pluralità’’ pretesa dal movimento non è un ostacolo al predominio di una corrente politica perfettamente organizzata che propone la regolazione del capitale finanziario e il pacifismo inteso come fattore di pressione dell’opinione pubblica, o addirittura pro-ONU, in contraddizione con le correnti che vogliono, anche confusamente, un ‘’altro mondo’’.

Dietro alla prima ci sono le direzioni delle ONG e dei partiti politici riformisti. Nella seconda si raggruppa la maggioranza del movimento. Poiché in questa corrente si trovano tendenze diverse, incluso il Segretariato Unificato, il suo grado di incoerenza è enorme. Per esempio si oppone al libero commercio dei prodotti agricoli, reclamando la difesa dei numericamente ridotti contadini francesi, ma appoggia la libertà di commercio quando la chiedono i paesi agricoli sottosviluppati manovrati da Cargill o Dreyfus. Denuncia le organizzazioni internazionali che si incaricano della regolazione del capitale, ma esige essa stessa questa regolazione per affrontare la crescente anarchia del capitalismo e addirittura per eliminare la povertà. Rifiuta la ‘’globalizzazione’’ in nome della difesa delle ‘’identità nazionali’’, ma si scontra col nazionalismo, anche quello delle nazioni oppresse, invocando la necessità di ‘’un’altra globalizzazione’’.  E’ tanto “identitaria” (tribale) quanto cosmopolita o liberale (imperialista). Critica l’Alca, ma difende il Mercosur, il quale, dominato dalle grandi corporazioni, non vuole altro che servire da ponte per un’alleanza commerciale con gli USA o l’

Europa. Le sue assisi internazionali si trasformano sempre più in tribune per i rappresentanti dell’imperialismo, in particolare europeo, e in uno strumento per il ‘’dialogo’’ con le assisi realizzate dalle banche e dal grande capitale. Anche il movimento contro la guerra adotta posizioni molto incoerenti.Le sue principali rivendicazioni sono: ‘’Fine dell’occupazione in Irak, Afganistan e Palestina. Ritiro delle truppe.  Lavoro sì, guerra no’’. Le forze borghesi e piccolo borghesi continuano a fare pressioni perché appoggi gli interventi imperialisti ‘’umanitari’’ con la copertura dell’ONU e dei partiti politici borghesi ‘’progressisti’’. I movimenti anti globalizzazione e contro la guerra sono un terreno sul quale noi marxisti rivoluzionari dobbiamo lottare per conquistare le centinaia di migliaia di giovani che si mobilitano nelle manifestazioni e le loro organizzazioni.

14. La linea pro imperialista del PT brasiliano ha rappresentato un colpo fuori dall’ordinario, che la corrente che difende la cosiddetta antiglobalizzazione capitalista ha preferito ignorare. La precedente esperienza dell’ANC di Nelson Mandela, que governa per conto dei grandi monopoli sudafricani è, tuttavia, rivendicata dalla tendenza dirigente del movimento no global. Bertinotti, un’altra delle sue principali spade, vorrebbe arrivare a un accordo di governo con l’Ulivo imperialista. Questa corrente, che si è ribattezzata ‘’altra globalizzazione’’ è internamente incoerente anche col proprio pacifismo, visto che un settore lo rivendica per l’Irak, ma non per i Balcani e solo fino a un certo punto per l’Afganistan. Propugna l’utilizzo di metodi pacifici per combattere la violenza della guerra, ma soprattutto come un movimento d’opinione ‘’plurale’’, che non possa trasformarsi, in ogni caso, in un fattore di lotta e di alternativa ai governi imperialisti che sostengono la guerra.

Il movimento ‘’altra globalizzazione’’ caratterizza sé stesso come movimentista (‘’movimento dei movimenti’’), opponendosi cioè alla costruzione di un partito internazionale, soprattutto classista. Cioè è privo di un’opzione di potere, evita i mezzi di lotta per il potere e li combatte con determinazione. E’ funzionale al potere capitalista stabilito. Così facendo confessa di rinunciare a giocare un ruolo indipendente nella crisi mondiale e di non poter intervenire in essa se non in modo empirico ed episodico.

Il movimento ‘’altra globalizzazione’’ nega le opportunità rivoluzionarie generate dalla decomposizione del capitalismo. Denuncia i tentativi di trasformarle in rivoluzioni e nella via storica per la presa del  potere da parte della classe operaia. La sua ala ‘‘trotskista’’ (il SU) aggiunge, di suo, che l’epoca rivoluzionaria mondiale iniziata con la rivoluzione d’ottobre è terminata. Questa affermazione proviene dall’eurocomunismo, nel 1970, e prima ancora dalla teoria del socialismo in un paese solo. Tuttavia, anche in un periodo di restaurazione del capitalismo, di arretramento della coscienza di classe e di perdita di conquiste storiche il cui ottenimento ha contrassegnato una lunga epoca per il proletariato mondiale, le contraddizioni irrisolvibili del capitale portano alla nascita di situazioni rivoluzionarie, che possono essere risolte in forma positiva per la classe operaia solo se trasformate in rivoluzioni proletarie e nel quadro della conquista del potere da parte dei lavoratori e per l’affermazione della dittatura del proletariato su scala mondiale.

15. L’esperienza del governo del PT segna la bancarotta definitiva di tutte le correnti politiche che continuano a riferirsi al Forum di San Paolo. Esso si è trasformato nel principale fattore di contenimento delle lotte dei lavoratori e di demoralizzazione politica di chi lotta. In Brasile ha costituito il governo con la maggiore concentrazione di rappresentanti diretti del capitale in tutta la storia del paese. Nella recente crisi rivoluzionaria boliviana ha giocato un ruolo decisivo per indirizzare le direzioni politiche verso l’accettazione di una via d’uscita costituzionale, trasformandosi, addirittura, in un nesso diretto tra Evo Morales e l’imperialismo. Non ha neppure assunto una posizione di difesa incondizionata di Chavez in Venezuela, giocando, al contrario, da tramite per  la ‘’mediazione’’ dell’imperialismo nella crisi venezuelana. Superando addirittura il governo argentino, quello brasiliano si trova in prima fila nell’occupazione militare di Haiti. Quel che accade col PT ripropone quanto avvenuto con gli ex fronti guerriglieri o ex partiti stalinisti in Centroamerica, in particolare col FSLN in Nicaragua e l’FMLN in El Salvador.

L’approdo del PT brasiliano conferma da un lato  la natura pro imperialista della piccola borghesia urbana, che è passata dal foquismo al democraticismo, e dall’altro il carattere potenzialmente controrivoluzionario della burocrazia formatasi nei sindacati. Da un punto di vista pragmatico mette in evidenza il carattere pro imperialista delle parole d’ordine democratizzatrici, cioè di quelle che sostengono la possibilità del progresso sociale nel quadro costituzionale dei paesi oppressi, ossia di quelli che, per la mancanza di indipendenza nazionale e di uno sviluppo capitalista interno, non hanno costruito le premesse storiche della democrazia.

Il PT si è trasformato in un partito totalmente affidabile per la borghesia e l’imperialismo al termine di un lungo periodo di integrazione dei suoi quadri e della sua burocrazia nello stato, processo che è stato imbellettato con la teoria di moda come espressione di una ‘’grande capacità di costruzione politica’’. La partecipazione politica della sinistra democratizzatrice alle istituzioni dello stato capitalista si trasformata in un potente fattore di degenerazione politica. 

La presenza del Partido Obrero nel parlamento e nelle municipalità, dalla Costituente di Santa Cruz del 1995 alle elezioni del 2001 a Salta e Buenos Aires, è servita per l’uso rivoluzionario delle istituzioni statali e per lo sviluppo della coscienza e dell’organizzazione rivoluzionarie.  La bancarotta politica del PT ha dato luogo a un processo, finora di dimensioni ridotte, di differenziazione nella sinistra democratizzatrice. Non si tratta nemmeno di una differenziazione socialista, poiché non critica i fondamenti programmatici democratizzanti, né i condizionamenti politici opportunisti che hanno dato origine al PT (spostare i lavoratori da una lotta di massa al terreno elettorale e inquadrare il proletariato nella ‘’normalizzazione istituzionale’’ iniziata dalla dittatura di quei tempi). In questa differenziazione è assente pure la comprensione del carattere potenzialmente rivoluzionario della situazione brasiliana nel suo insieme. La direzione del PT ha individuato come fine fondamentale della sua ascesa al governo prevenire la situazione rivoluzionaria che una bancarotta finanziaria avrebbe potuto creare: combattere cioè contro il ‘’pericolo’’ di un ‘’argentinazo’’, cosa che si è poi vista confermata in Bolivia.  All’interno della crisi politica provocata dal governo pro imperialista del PT (e che avrà una nuova edizione nel Frente Amplio dell’Uruguay) nella sinistra latinoamericana e nel movimento operaio al governo, noi cerchiamo di dare impulso alla costruzione di partiti operai rivoluzionari, da un lato mediante una critica implacabile al democraticismo o anti imperialismo nazionalista borghese, dall’altro sviluppando l’agitazione di un programma di rivendicazioni immediate fondamentali e di rivendicazioni transitorie fra la classe operaia e le masse, in particolare le più sfruttate, come i disoccupati e i contadini senza terra. Di fronte all’esperienza di governi borghesi del PT o chavisti, in America Latina, esigiamo l’espulsione dei ministri capitalisti dai governi a guida di sinistra, la rottura col FMI e il rifuito del debito estero, la nazionalizzazione delle banche, dei grandi monopoli e dei latifondi sotto controllo operaio, la contrapposizione al sabotaggio capitalista mediante l’occupazione delle imprese e la gestione operaia, la sostituzione delle organizzazioni armate della borghesia con con l’organizzazione armata degli operai e dei contadini e un’azione continentale di lotta per gli Stati Uniti dell’America Latina.

 

Una tappa di guerre imperialiste e la lotta internazionale contro la guerra

16. La guerra imperialista nei Balcani ha dato inizio a un nuovo periodo mondiale di crisi internazionali, guerre e rivoluzioni.  La IV Internazionale non considera allo stesso modo, come fa il pacifismo, le diverse  classi in guerra.  Denuncia il fatto che le guerre sono il prodotto di un regime sociale determinato ed esprimono l’esplosività delle sue contraddizioni, e non una tendenza particolare di un governo. Sono insite nel regime capitalistico di produzione e nelle rivalità tra i differenti gruppi capitalistici e sono uno strumento di dominio economico e di oppressione nazionale dell’imperialismo. La IV Internazionale combatte contro le guerre imperialiste col metodo della rivoluzione sociale. La IV Internazionale segnala la necessità di caratterizzare le guerre facendo riferimento alla struttura sociale delle nazioni che si affrontano. Combatte la guerra fra nazioni imperialiste da un lato mediante l’organizzazione della guerra civile degli sfruttati contro la borghesia dominante nel proprio paese, e dall’altro mediante la colaborazione rivoluzionaria coi lavoratori dei paesi ‘’nemici’’.  Combatte anche le guerre tra nazioni oppresse in quanto reazionarie e invita alla fraternizzazione tra i lavoratori e al fronte unito contro l’imperialismo. Denuncia i miopi appetiti delle borghesie locali e la loro manipolazione da parte dell’imperialismo ai fini di rafforzare il dominio semicoloniale prevalente. La IV Internazionale appoggia incondizionatamente le guerre delle nazioni oppresse contro l’imperialismo e partecipa nella pratica dal lato della nazione oppressa. Appoggia allo stesso modo la lotta organizzata e di massa contro lo sforzo politico e militare dell’imperialismo contro le nazioni oppresse. Tra queste ultime offre tutta la collaborazione politica e militare alle tendenze che combattono l’imperialismo con metodi popolari e collabora effettivamente con esse, senza abbandonare in alcun momento l’indipendenza politica. Le situazioni nazionali in cui l’oppressione dell’imperialismo mondiale si combina con un’oppressione coloniale o nazionale interna da parte delle borghesie o anche piccole borghesie locali (come, per esempio, nei Balcani, Siria o paesi del Golfo Persico), non si differenziano, se non dal punto di vista del grado, dalle nazioni oppresse dove dominano dittature sanguinose. In tutti questi casi appoggiamo l’unità della lotta contro l’imperialismo, compresa la collaborazione pratica con gli oppressori locali contro gli oppressori internazionali, senza accantonare in nessun momento le rivendicazioni di libertà nazionale e di democrazia politica contro gli oppressori locali. La sconfitta del’imperialismo capitalista internazionale è la condizione necessaria per la conquista della libertà nazionale. Difendiamo l’unità dei popoli della ex Yugoslavia contro la NATO, così come la libertà per i kosovari, macedoni, montenegrini, nel quadro di una Federazione socialista dei Balcani (con Albania, Romania, Grecia e Bulgaria).  Siamo favorevoli all’unità di tutti i popoli che compongono l’Irak contro la coalizione imperialista yankee e per la libertà e autodeterminazione nazionali, per esempio per i popoli turcomanno e kurdo. Denunciamo i limiti dell’enclave kurda appoggiata dall’imperialismo yankee in Irak e le contraddizioni insuperabili, dal punto di vista della nazione kurda, che presuppone il proposito di integrarla in una federazione iraquena sotto protettorato nordamericano.  La libertà e unità nazionali del popolo kurdo presuppongono, anzitutto, il diritto all’unità libera coi kurdi di Turchia, Siria, Iran e Irak, diritto che è incompatibile col dominio del capitalismo turco, dell’imperialismo yankee e della NATO. L’espulsione dell’imperialismo dall’Irak esige la mobilitazione di tutti gli sfruttati del Medio Oriente per l’indipendenza e la liberazione nazionale e prospetta la lotta per una Fedreazione Socialista del Medio Oriente. 

17.              L’autodeterminazione, l’unità e indipendenza nazionali della Palestina costituiscono il centro storico della questione del Medio Oriente. La guerra in Irak si inscrive nel quadro dei reiterati tentativi dell’imperialismo per liquidare i diritti nazionali palestinesi. L’imperialismo ha inserito nel Medio Oriente un mostruoso stato cliente, lo stato sionista, che è agli antipodi della liberazione e dello sviluppo nazionali dei popoli della regione. L’indipendenza nazionale del Medio Oriente è incompatibile con lo stato sionista, una sconfitta dell’imperialismo nella guerra attuale lo spazzerebbe via dallo scenario mediorientale. La lotta del popolo palestinese riassume la determinazione storica dell’emancipazione nazionale nel Medio Oriente. Ha conquistato questo diritto nella lotta viva contro l’oppressione imperialista moderna. Il sionismo non ha un carattere nazionale progressivo, il suo obiettivo storico è stato la confisca economica e territoriale dei popoli nativi, finanziato da un’agenzia internazionale che è la proprietaria del 99% del suolo che occupa. Il sionismo rappresenta un ostacolo controrivoluzionario per lo sviluppo libero e universale del popolo ebraico.  La situazione sociale delle masse ebraiche nello stato sionista è notevolmente peggiorata, per un verso come conseguenza della crisi economica internazionale, per l’altro a causa della concorrenza tra i lavoratori immigrati, arabi ed ebrei. Il nuovo impasse mortale che sta affrontando il popolo ebraico può essere risolto solo mediante l’unità coi lavoratori arabi per distruggere politicamente lo stato sionista e costruire una Repubblica socialista unificata di Palestina in tutto il suo territorio storico, su entrambe le rive del Giordano. La IV Internazionale denuncia la posizione che sostiene che la militarizzazione fuori dall’ordinario dello stato sionista rappresenti un ostacolo insuperabile per una lotta nazionale palestinese e condanna le masse palestinesi a una lunga collaborazione storica col sionismo. Al contrario denunciamo l’artificialità e la fragilità storica del sionismo e  segnaliamo la sua dipendenza dalla crisi mondiale in corso. La lotta politica contro il sionismo non si limita all’ambito regionale del Medio Oriente, ma deve avere un carattere internazionale, sia tra le masse musulmane, sia tra gli ebrei, in particolar modo tra i lavoratori e la gioventù. La lotta contro il razzismo e l’antisemitismo deve servire per unire i lavoratori musulmani ed ebrei e per fare avanzare la causa dell’espulsione dell’imperialismo mondiale e del sionismo dal Medio Oriente.

18.       La IV Internazionale denuncia il carattere imperialista e oppressivo del laicismo negli stati che da tempo si sono lasciati alle spalle la loro epoca di formazione nazionale e di lotta contro il clero e sono, attualmente, stati oppressori di nazioni e nazionalità. La neutralità religiosa negli stati imperialisti, analogamente a quel che accade con la democrazia, ha un contenuto di oppressione. E’ un’arma di combattimento non contro il clero e l’oscurantismo clericale, ma contro l’ateismo e la scienza. E’ anche uno strumento di lotta delle confessioni e delle nazioni che opprimono contro le nazioni oppresse. Il laicismo ‘’occidentale’’  occulta  i lacci che si rafforzano quotidianamente tra gli stati e la chiesa storica ufficiale, così come col Vaticano. Data l’egemonia del capitale finanziario, questi lacci sono storicamente più stretti attualmente che nell’epoca in cui non si era ancora affermata la separazione tra Stato e Chiesa. Tutta una gamma di corporazioni e fondazioni che finanziano la promozione del clero nel campo dell’istruzione, della cultura e dell’assistenza sociale, garantiscono una relazione stretta e crescente tra il clero e lo stato democratico. L’offensiva dello stato imperialista francese contro i giovani e i lavoratori che non si adeguano alle religioni stabilite, in particolare contro quelli di fede musulmana, è uno strumento del capitale contro l’unità tra i diversi settori del proletariato e rafforza la tendenza comunitarista tra chi non accetta la religione ufficiale, come lo è, all’atto pratico, la religione cattolica. Gli stati imperialisti laici si avvalgono della neutralità religiosa non come un mezzo di lotta contro l’oscurantismo, ma come arma contro l’ateismo e il comunismo. La circostanza che questa neutralità possa entrare in conflitto con tendenze confessionali estreme non attenua per nulla il fatto che si tratta di un mezzo di dominio politico e culturale della borghesia imperialista e della religione ufficiale, mediante l’appoggio che riceve dal capitale finanziario. La stessa finalità di divisione della classe operaia esprime, in particolare nei paesi imperialisti o sviluppati, la promozione del ‘’multiculturalismo’’ da parte dello stato, appellandosi alla necessità di proteggere le ‘’diversità’’ etniche o religiose. In realtà si pretende di confinare i lavoratori immigrati e i loro discendenti in una sorte di ghetto, controllato da una burocrazia tutelata dallo stato, e, in questo modo, dissimulare la brutale discriminazione di cui sono oggetto, sia dal punto di vista dei diritti formali, sia da quello delle condizioni sociali.  La IV Internazionale invita la classe operaia dei paesi imperialisti a rafforzare i legami coi lavoratori musulmani mediante la comune lotta di classe contro il capitale e a utilizzare questa lotta e l’organizzazione che essa comporta per emanciparsi da tutte le forme di oscurantismo religioso, in primo luogo contro la chiesa dominante e da tutto il dominio clericale comunitarista. La IV Internazionale invita i lavoratori non cattolici a non lasciarsi ingannare alle richieste di uguaglianza culturale e a mettere in primo piano nelle loro lotte le rivendicazioni sociali contro il capitale, per l’uguaglianza dell’accesso alle conquiste ottenute dai lavoratori del paese nel corso della storia attraverso lunghe lotte.  La IV Internazionale indica come un esempio la persistenza del’opposizione delle masse in Bolivia al dominio clericale cattolico e invita a trasformarla in una bandiera che serva alla partecipazione di milioni di indigeni alla rivoluzione sociale, e in nessun modo per rivendicare un particolarismo etnico che no ha un futuro positivo sotto il capitalismo.

19. La IV Internazionale rifiuta qualsiasi forma di subordinazione politica degli operai e dei contadini arabi rispetto alle loro borghesie e feudatari, che è propiziata in nome dell’unità della Nazione Araba, e mette in evidenza l’importanza della lotta contro gli sfruttatori tenendo conto delle peculiarità dei diversi Stati arabi. Segnala, fondamentalmente, che la lotta per l’emancipazione nazionale può trionfare solo per mezzo della presa del potere da parte dei lavoratori, cioè mette in primo piano la lotta per il rovesciamento delle borghesie e dei feudatari arabi e dei loro governi.

La liberazione nazionale palestinese affronta una colossale crisi di leadership: la totalità della sua leadership piccolo borghese ha approvato un compromesso con l’imperialismo e lo stesso sionismo. La cosiddetta Autorità Palestinese è una barriera politica per la lotta contro il sionismo e per la lotta finalizzata ad unire i lavoratori di tutta la regione, in particolare Siria, Libano e Giordania, contro l’oppressione dell’imperialismo e le dittature semi-feudali, borghesi o piccolo borghesi. La IV Internazionale pone tutte le proprie energie nella costruzione di un partito operaio rivoluzionario in Palestina.

20. Nell’ambito delle attuali guerre internazionali, denunciamo la collaborazione tra l’imperialismo e la burocrazia restauratrice della Russia nella guerra portata avanti contro la nazione afgana, che si manifesta nel lasciare o cedere basi militari alla NATO in vari paesi dell’Asia Centrale. Questa collaborazione fu venduta dalla burocrazia russa in cambio del suo “diritto” a continuare una delle più crudeli e spietate guerre in corso, contro la nazione e il popolo ceceno.  Denunciamo, inoltre, che questa guerra di oppressione si porta avanti nel solco di una negoziazione non conclusa tra la burocrazia russa e l’imperialismo yankee, che può innescare nuove guerre regionali di portata internazionale, per la divisione economica e politica della regione intorno al mar Caspio e al Caucaso, in particolare in relazione allo sfruttamento e al trasporto del petrolio. La IV Internazionale appoggia la lotta guerrigliera del popolo ceceno contro l’oppressore russo, appoggiato dall’Unione Europea e dagli Stati Uniti, per il suo diritto all’autodeterminazione e all’indipendenza nazionale. La IV Internazionale invita i popoli del Caucaso a lottare insieme contro l’imperialismo yankee, la NATO, l’Unione Europea e la burocrazia russa, per la ricostruzione di una federazione socialista del Caucaso.

21. Il campo di lotta fondamentale contro la guerra deve essere nelle stesse metropoli imperialiste. La lotta contro la guerra ha dato luogo a mobilitazioni di massa straordinarie e all’inizio di crisi politiche dei governi imperialisti. Questo già succede in Spagna e Italia e, in misura di poco minore, in Gran Bretagna. La guerra ha un effetto di confisca sui popoli delle nazioni d’Europa, i cui stati non riescono a combattere con deficit fiscali sempre crescenti (l’Italia ha iniziato a mettere in vendita il suo patrimonio culturale!). I bottini offerti dalla guerra imperialista non bastano a compensare il costo che questa causa sui già provati bilanci nazionali e l’aggravamento della bancarotta dei sistemi di previdenza sociale e sanità, tanto statali che privati, e oltretutto di questi ultimi in particolare.

L’accaparramento dei principali affari derivanti dalla guerra da parte dei monopoli nordamericani e la prodigalità degli Stati Uniti nel finanziamento della guerra al fine di alimentare la riattivazione economica mediante l’aumento del debito pubblico, accentua ulteriormente la vulnerabilità degli stati europei. Queste contraddizioni si trovano potenziate, a loro volta, dall’inasprimento della rivalità tra l’imperialismo yankee e, in particolare, gli imperialismi francese, tedesco e, in parte, inglese. Si accumula così l’azione dei fattori che precipiteranno crisi politiche più importanti e movimenti popolari di lotta di maggiore importanza.

La IV Internazionale segnala l’incapacità del pacifismo di porre fine alle guerre che sono generate inevitabilmente dal regime di sfruttamento dell’uomo sull’uomo, e denuncia, da una parte, il suo carattere omeopatico e, dall’altro, il suo carattere anestetizzante. Noi rivoluzionari vogliamo convertire il crimine della guerra in crisi politiche sempre più intense nelle metropoli, specialmente mediante l’nformazione alle masse del fatto che tali crisi crescenti sono la conseguenza inevitabile delle loro lotte antibelliche e sociali e del fatto che esse rappresentano, non solo un male minore rispetto alla libertà d’azione che la borghesia pretende per continuare le proprie guerre, ma il solco più propizio per terminare le guerre mediante l’azione operaia rivoluzionaria. Nella lotta politica contro la guerra, la IV Internazionale sostiene lo sciopero e il boicottaggio delle spedizioni militari dei paesi imperialisti, sviluppa un’agitazione contro l’imperialismo nelle forze armate e reclama l’immediata nazionalizzazione senza indennizzo di tutti i capitali promotori della guerra, sotto il controllo operaio, in primo luogo dell’industria degli armamenti, ma anche di quella petrolifera e la farmaceutica, già denunciate a livello internazionale. A misura della crescita della coscienza e dell’organizzazione dei lavoratori, queste crisi politiche devono essere convertite in crisi rivoluzionarie. La lotta contro la guerra imperialista rende il primo piano alla lotta di classe nelle nazioni capitaliste avanzate.

22. L’imperialismo ha portato avanti la guerra fino ad ora sotto il patrocinio, la copertura e la protezione della democrazia. Non ha avuto bisogno di ricorrere al fascismo. E non solo; ha agito in modo da contenere e disperdere i rigurgiti fascistizzanti o nazional-imperialisti, come è successo in Germania, Danimarca, Francia e Austria. Ha preferito i ricambi politici di centrosinistra ai colpi di stato dell’estrema destra. Lo pseudo-fascismo attuale, nel vecchio continente, ha un campo d’azione limitato perché rappresenta una tendenza di opposizione nazionalista all’Unione Europea, che continua ad essere l’arma principale della borghesia per lottare per un posto mercato mondiale e per contendersi la restaurazione capitalista nell’est. La borghesia non tende, in Europa, a una guerra tra i propri interessi nazionali ma si orienta alla creazione di un direttorio politico dei suoi Stati più forti. L’imperialismo, nelle sue metropoli dentro e fuori dall’Europa, si considera servito meglio, per ora, dalla democrazia. Questo dimostra il grado di collaborazione di classe della socialdemocrazia, la burocrazia dei sindacati e la piccola borghesia sinistreggiante. Lungi dall’essere un prezzo di libertà che la burocrazia operaia avrebbe imposto alla sua borghesia imperialista, è un’estorsione dell’imperialismo per mantenerla ostaggio della politica e della guerra imperialista. La democrazia non è in nessun modo sinonimo di pace quando si tratta di democrazia borghese e ancora meno se si tratta di quella imperialista.

La guerra e la democrazia imperialiste si trovano senza dubbio reciprocamente condizionate dalla capacità di mantenere la “pace sociale” nelle loro metropoli. Nella misura in cui le contraddizioni capitaliste e quelle della stessa guerra minano quella “pace sociale”, il regime democratico si trova compromesso. La possibilità di regolare o mitigare le contraddizioni oggettive del capitale si trova fuori dalla portata della burocrazia operaia ; perciò, se questa vuole conservare la “pace sociale” in condizioni avverse, deve ricorrere alla divisione delle masse che fanno fronte all’offensiva capitalista, alla paralizzazione delle organizzazioni operaie e la capitolazione pura e semplice di fronte al padronato e allo Stato. È ciò che hanno fatto i sindacati e la sinistra in Europa e la AFL-CIO negli Stati Uniti. Dalla metà degli anni ’90 la direzione dei sindacati nordamericani si trova in mano a una dirigenza riformista e di centrosinistra, che arrivò anche a strizzare l’occhio alle manifestazioni di massa “contro la globalizzazione”. Un’ala di sinistra di quella dirigenza provò a proporre la costituzione di un Labour Party. Questa nuova dirigenza è stata un solido baluardo dell’imperialismo yankee durante tutta l’attuale crisi mondiale.

La misura in cui viene minata la “pace sociale” nelle metropoli la offre l’impoverimento crescente delle masse, da un lato, e in particolare il carattere cronico, con una curva crescente, della disoccupazione di massa, e la forte tendenza alla limitazione delle libertà democratiche, per altro con caratteristiche proprie di uno stato di polizia, che si realizza nel nome della “lotta contro il terrorismo”. Dal pentagono nordamericano, specialmente, si tenta di convertire l’antiterrorismo nel pretesto per la completa subordinazione delle forze armate del resto degli altri paesi. Per tutto ciò, mentre denunciamo la dipendenza completa della democrazia borghese dall’imperialismo, invitiamo alla lotta per la difesa delle libertà democratiche formali e di organizzazione nelle nazioni imperialiste, inclusa specialmente la difesa del diritto di resistenza alle guerre e alla oppressione etnica o nazionale con mezzi rivoluzionari. Denunciamo la campagna “contro il terrorismo” come diretta contro l’indipendenza nazionale delle nazioni storicamente sottosviluppate. Denunciamo il fatto che la reazione politica nelle metropoli si nutre della sottomissione nazionale e segnaliamo il fatto che la lotta per l’emancipazione di tali nazioni è la forma più alta della lotta per la democrazia formale.

 

Il carattere non-concluso della restaurazione capitalista

23. L’enorme avanzamento della restaurazione del capitale negli ex Stati operai non significa in nessun modo che si tratti di un processo storico che sia giunto a conclusione. L’importanza teorica di questo carattere risiede nel fatto che esso condiziona la caratterizzazione della crisi capitalista mondiale nel suo complesso. È necessario distinguere gli stadi che caratterizzano lo sviluppo del capitale e in particolare le connessioni delle sue diverse tappe. In questo consiste, precisamente l’analisi storica concreta.

Il trasferimento senza precedenti del patrimonio statale ad un manipolo di accaparratori privati non ha privato la burocrazia statale oriunda del vecchio regime del suo ruolo di arbitro d’eccezione (con riferimento alle burocrazie dei paesi capitalisti, compresi quelli nei quali la presenza dello stato è più forte). Ciò è molto evidente in Cina come in Russia, però vale fino a un certo punto anche per alcuni paesi dell’Europa orientale. A Cuba l’arbitraggio è più autonomo. A Cuba la restaurazione del capitale ha seguito la strada degli investimenti stranieri limitati e non c’è stato praticamente trasferimento di proprietà statali, benché il patrimonio economico pubblico si trovi principalmente in mano a una corporazione, le forze armate, che fa parte dello stato, ma non è lo stato. In Cina ha avuto luogo una enorme penetrazione del capitale straniero e si sono formati grandi capitali privati, però il patrimonio economico dello stato supera ancora quello privato, specialmente per ciò che riguarda le banche.

Negli Stati ex operai il capitale privato prospera, però non si è ancora formata una classe capitalista. La mediazione dei capitali privati si realizza principalmente attraverso la burocrazia ed è condizionata dalle disposizioni amministrative della stessa burocrazia. I parlamenti non costituiscono, in nessun caso, la rappresentanza, o la mediazione politica, dei capitalisti come classe. Tantomeno esiste realmente una classe di capitalisti acquirenti che abbia il monopolio della relazione tra capitale e mercato internazionale, da un lato, e mercato interno dall’altro; in Cina, Russia e Cuba tale mediazione avanza, almeno principalmente, per parte della burocrazia dello stato.

L’acaparrmento della proprietà statale può essere un passo verso la formazione di una classe capitalista, ma non è sinonimo di questa. Il capitale continua a formarsi, nel mercato interno, mediante il saccheggio del patrimonio e delle risorse dello stato. Benché con gradazioni diverse tra loro, il capitale non è ancora la potenza sociale dominante, ossia non è capace di subordinare effettivamente tutte le forme di lavoro sociale alla accumulazione del capitale. In Cina, dove il potenziamento sociale del capitale è più intenso, il ruolo lo svolge il capitale straniero non quello nazionale (la manifestazione più sviluppata di un capitale nazionale cinese ha luogo a Hong Kong e si ramifica nelle regioni costiere del sud).

Le contraddizioni proprie di tali formazioni sociali collegate, “sui-generis”, dei regimi capitalisti transitori, hanno avuto una manifestazione eccezionale nella semi-confisca delle piovre petrolifere russe Yukos e Sibneft, da parte dello stato. Il governo della burocrazia russa si pone come intermediario tra il capitale petrolifero internazionale e le risorse petrolifere della Russia. È stato forzato a procedere in questo modo per l’imminenza di un trasferimento di proprietà dalla oligarchia russa, che non ha capitali per competere nel mercato mondiale, al capitale petrolifero internazionale. In questa espropriazione parziale dell’oligarchia è intervenuta in modo decisivo la crisi politica internazionale, ogni volta che le risorse, il trasporto e i metodi di distribuzione di gas e petrolio pongono crisi internazionali nell’estremo oriente, con riferimento alla fornitura di Cina e Giappone; nell’artico, con riferimento al trasporto verso gli USA, in Asia Centrale e nel Mar Caspio, con riferimento ai loro giacimenti; nel Caucaso con riferimento al trasporto verso l’Europa, che è a sua volta determinante con gasdotti e oleodotti che attraversano la Bielorussia e l’Ucraina. Come avvenne durante il suo passato, la Russia torna ad essere incapace di porsi in relazione con l’occidente capitalista attraverso un capitale socialmente indipendente.

24. La questione della proprietà non è stata risolta, almeno a Cuba, in Cina e in Russia, le nazioni più importanti nella storia politica rivoluzionaria. In Russia i grandi conglomerati tecnologici, i gioielli della corona dell’ex URSS, continuano, totalmente o parzialmente, a essere in mano allo Stato. Nella ex Jugoslavia si trovano nel limbo anche le sovranità statali e i territori, alcuni dei quali sono addirittura dei protettorati. Tra il processo di privatizzazione che caratterizza la restaurazione capitalista e le privatizzazioni attuali nelle nazioni borghesi esiste molto più che una differenza di grado, in primo luogo per la sua scala, in secondo luogo per il loro peso nell’economia mondiale e nella redistribuzione di potere tra i monopoli capitalisti internazionali, in terzo luogo perché implica una catastrofe sociale per decine di centinaia di milioni di persone.

In Cina la trasformazione capitalista della proprietà è stata facilitata per l’assenza di una grande industria statale moderna, al meno se comparata con quella della Russia. Però deve ancora risolvere, da una parte, il destino del monopolio finanziario e del credito che lo Stato conserva ancora e, dall’altra, quello della proprietà agricola di centinaia di milioni di contadini che utilizzano la terra sotto forma di usufrutto. Le banche statali si trovano in bancarotta, con un ammontare di crediti inesigibili uguale al prodotto interno lordo della Cina. La privatizzazione delle banche statali presuppone una dichiarazione di bancarotta finanziaria parziale dello Stato, però pone anche la minaccia di tracollo di decine di migliaia di imprese industriali già in bancarotta finanziaria, con la loro inevitabile sequela di decine di milioni di licenziamenti. Un riscatto statale di tali imprese non porrebbe solamente la prospettiva catastrofica di una iperinflazione ma anche una catastrofe finanziaria internazionale, che sarebbe un risultato del ritiro del capitale in divise che la Cina ha investito nei debiti pubblici dei diversi stati capitalisti. Le contraddizioni straordinarie che caratterizzano la restaurazione del capitalismo rimarranno esposte al fuoco delle crisi finanziarie internazionali che si preannunciano imminenti, come già si è visto, in una scala piuttosto minore, nel 1997-99, quando la crisi asiatica provocò la crisi russa e la caduta, alla fine, del governo Yeltsin.

La prospettiva della privatizzazione agraria sta già dando luogo all’espulsione dei contadini dalla terra da parte delle burocrazie locali che fino ad ora li sfruttavano principalmente con il mezzo di confisca delle imposte, delle tasse e dei tributi. In Cina la concentrazione della proprietà della terra è già stata avviata e, parallelamente, l’intensificazione delle battaglie nei campi. La concessione di rango costituzionale al diritto di proprietà privata punta a consolidare la sovrastruttura giuridica del processo di privatizzazione finanziaria, industriale e agraria, che è solo all’inizio.

La restaurazione capitalista non potrebbe mai essere, fondamentalmente, un processo organico interiore. Il capitalismo è giunto a un livello storico di sviluppo che pone un limite invalicabile a tale possibilità. La restaurazione capitalista può svilupparsi solo come processo internazionale, sottomesso all’egemonia del capitale finanziario. Però il capitale internazionale procede, in tale lavoro, conformemente alla propria natura. È obbligato ad avvicinarsi e a condizionare la restaurazione capitalista alla lotta internazionale per il controllo e l’egemonia del mercato mondiale e per il monopolio della redistribuzione di influenza che la restaurazione capitalista provoca nel mercato mondiale. A partire da qui pone in essere una contraddizione importante; da un lato, una tendenza a valersi della penetrazione nei nuovi mercati per intensificare la concorrenza per il monopolio del mercato mondiale esistente e, dall’altro una tendenza a bloccare la restaurazione del capitale per attenuare tale concorrenza mondiale e frenare l’ingresso di nuovi competitori. La penetrazione capitalista straniera negli ex Stati operai è stata spinta finora dal prezzo relativo più basso della manodopera e delle risorse tecnologiche e naturali, acutizzando la concorrenza nel mercato mondiale tra i monopoli capitalisti stabiliti. La ri-colonizzazione economica selvaggia dello spazio interno degli ex Stati operai si trova in gran parte condizionata al decollo della rivalità commerciale, finanziaria e politica che si è accentuata, tra i monopoli e i loro rispettivi stati. In sintesi la restaurazione capitalista costituisce un episodio storico concreto di crisi gigantesche e rivoluzioni.

25. I lavoratori degli ex Stati operai hanno di fronte a loro un ventaglio di compiti politici:

  1. La lotta contro la burocrazia, perché la spoliazione da parte della burocrazia al fine di accumulare privilegi non è sparita ma si è accentuata a conseguenza della tendenza alla restaurazione del capitalismo;
  2. La lotta contro la restaurazione del capitalismo, perché, da una parte, la privatizzazione delle proprietà espropriate al capitale è ancora all’inizio e perché, d’altro canto, le privatizzazioni costituiscono un lungo processo di lotta contro i lavoratori da parte del capitalista entrato in possesso dei beni dello Stato per adattare lo sfruttamento del lavoro alle nuove condizioni di produzione e di mercato;
  3. La lotta contro il capitale.

La IV Internazionale rifiuta le posizioni che:

  1. Invitano a difendere e addirittura appoggiare la burocrazia, attribuendole il carattere di limite parziale alla restaurazione capitalista e di moderatore alla tendenza di quest’ultima a una intensificazione dello sfruttamento. Sottolineiamo, al contrario, la accentuazione del parassitismo della burocrazia e delle sue proprie tendenze sfruttatrici, così come una tendenza a stringere relazioni con il capitale internazionale. Tale posizione discorsiva a proposito de ruolo della burocrazia si fa evidente soprattutto a Cuba, in misura minore in Cina ed è riapparsa in Russia dopo le frizioni di Putin con l’oligarchia che era stata creata nel periodo del governo di Yeltsin. Conformemente con le peculiarità che distinguono i diversi paesi e tenendo anche conto le caratteristiche delle situazioni politiche del momento, la IV Internazionale considera necessaria la distruzione delle burocrazie esistenti e la loro sostituzione con governi operai e contadini che rivendichino la dittatura del proletariato, confischino la burocrazia ed esproprino il capitale, stabilendo un sistema di governo di consigli operai.
  2. Oppongono alla privatizzazione integrale della proprietà statale la instaurazione di un regime sociale misto o cooperativo, sostenendo che l’associazione con il capitale privato sia indispensabile per superare il ritardo storico che la burocrazia non è stata capace di risolvere o che potrebbe aver aggravato. La prospettiva di una cooperazione breve o relativamente prolungata con il capitale internazionale o anche nazionale nel terreno economico, che serva a una storica causa di progresso si trova, senza dubbio, condizionata da vari fattori: primo, che tale negoziazione sia incarnata da un governo operaio e non dalla dittatura burocratica; secondo, delle valutazioni internazionali e non solamente nazionali, in primo luogo lo stato e le prospettive di vittoria della rivoluzione mondiale. Il carattere sociale di una transizione è determinato dal carattere dello Stato quando questo è passato in mano alla burocrazia, la privatizzazione selvaggia lo trasforma in una garanzia, non delle pre-esistenti conquiste sociali, ma delle acquisizioni capitalistiche.
  3. Attribuiscono i risultati distruttivi della restaurazione capitalista, tanto reali quanto potenziali, esclusivamente alla sopravvivenza della burocrazia e al fatto che non si stabilisse una democrazia veramente rappresentativa. In realtà, effettivamente, nessuna democrazia rappresentativa ha potuto prescindere, storicamente, da una burocrazia e, inoltre, la storia politica della democrazia rappresentativa, ossia della dominazione della società civile, non è stata niente più che la persistente statalizzazione delle relazioni civili. La rivendicazione della democrazia formale è stata, in tutto il processo di preparazione della restaurazione capitalista, il meccanismo ideologico che ha mascherato l’espropriazione del patrimonio statale da parte della burocrazia, degli accaparratori privati e del capitale internazionale.

La pretesa di eliminare dalla storia le grandi rivoluzioni sociali di contenuto proletario del XX secolo, specialmente quella del ’17, attraverso un processo indolore, pacifico o graduale ha già fallito. Per la serie di fattori che la condizionano, la restaurazione del capitale dovrà dar luogo a giganteschi scontri sociali e politici internazionali. In tutti i modi, una vittoria del capitalismo avrebbe solo la capacità di ritardare la marcia delle lancette della storia. Tale vittoria renderebbe di nuovo attuale la lotta tra capitale e lavoro in nuove condizioni storiche; ossia, la concorrenza, la concentrazione della ricchezza in poche mani, la socializzazione della produzione, le crisi, le contraddizioni irrisolvibili del capitale, infine un nuovo periodo di rivoluzioni socialiste.

La crisi sociale nei paesi capitalistici sviluppati 

26. La più chiara evidenza della crisi mondiale è data dall’incapacità della borghesia nel preservare le legislazioni lavorali ed i sistemi di protezione sociale, risultato delle lotte popolari prima e dopo le guerre mondiali.

Questa incapacità è il risultato della forte diminuzione del saggio di profitto del capitale. Questo dimostra che il capitale ha difficoltà a riprodursi sulle proprie basi.

Il superamento della crisi d’accumulazione esige un incremento notevole nel tasso di sfruttamento dei lavoratori. Di qui derivano anche le tendenze verso la flessibilità della forza lavoro e la disoccupazione. Ed è anche questo l’origine dello smantellamento delle forme di protezione sociale poiché esse sono parte del prezzo della forza lavora che deve essere ridotto.  crisi dei bilanci pubblici è un riflesso di questa situazione. Lo Stato cerca di far fronte alla crisi trasferendo la carica fiscale sui consumatori, privatizzando i beni in suo possesso ed incrementando il debito pubblico; in casi estremi con l’inflazione e l’iperinflazione. Dopo, gli interessi del debito ed i limiti ad una pressione fiscale maggiore peggiorano la situazione delle finanze statali e dei servizi pubblici.

Le privatizzazioni rappresentano il tentativo della borghesia di associare il finanziamento della sicurezza sociale al ciclo dei profitti e liquidare così il suo carattere giuridico che incaricava allo Stato la previdenza sociale dei lavoratori. In questa fase di crisi, il tentativo è quello di legare il prezzo della forza lavoro al andamento dei profitti. Da qui nasce il tentativo di determinare i salari come parte dei benefici. La disoccupazione crescente e la caduta relativa dei salari determinano una riduzione nei contributi alle diverse forme di previdenza. Le privatizzazioni accentuano, in molti paesi, la crisi perché diminuiscono le risorse dello Stato per finanziare le previdenze pubbliche.

Inoltre, le privatizzazioni costituiscono uno strumento di confisca ai danni dei salariati perché i fondi raccolti in passato finanziarono grandi affari  e la speculazione finanziaria. Il crollo delle borse nel 2000, a sua volta, portò al collasso dei fondi pensione privati. Oggi abbiamo di fronte una crisi tanto dei sistemi previdenziali pubblici come privati. I costi della spessa sanitaria sono cresciuti enormemente come conseguenza dei superprofitti dei monopoli farmaceutici e della svendita della medicina pubblica. Gli apologeti del capitalismo danno la colpa al invecchiamento relativo della popolazione, e quindi dicono che bisogna innalzare l’età pensionabile. La falsità di queste argomentazioni si dimostra con il fatto che con l’aumento della disoccupazione, l’innalzamento della età pensionabile significa ancora più disoccupati  e meno contributi. La protezione che si nega a chi deve andare in pensione deve essere data ai disoccupati; così i conti tornano scaricando tutto sui senza lavoro.

La dipendenza esistente tra lo smantellamento dei diritti sociali e del lavoro, da una parte, e la crisi capitalistica dall’altra, risulta evidente nel fatto che man mano che aumenta la produttività del lavoro il capitale esige l’aumento delle ore lavorative e le riduzione relativa del salario. Nella misura nella quale cresce la capacità di creazione di ricchezza sociale, cresce da parte del capitale l’esigenza di una maggiore miseria sociale. E chiaro, tuttavia, che l’incremento nel tasso di sfruttamento relativo della forza lavoro (più produttività) e di quello assoluto (più flessibilità) porta ad un limite sempre maggiore le possibilità del capitale a realizzare il maggior valore. L’uscita per questa contraddizione, che sarà sempre transitoria, risiede per ora nella restaurazione piena del capitale negli ex stati operai degenerati e nella svalutazione del proprio capitale ovunque sia necessario per rendere più profittevole la sua utilizzazione produttiva. Queste soluzioni implicano guerre o crisi economiche internazionali, perché una forte svalutazione degli attivi deve essere preceduta da un “default”.

27. La difesa delle conquiste sociali chiama a una lotta di portata storica , dato che pone come compito finale la rimozione del capitalismo. Questo compito è sempre più chiaro dopo i ripetuti fallimenti delle burocrazie sindacali nei tentativi di scambiare la sicurezza sociale con maggiori contributi da parte del salariati, aumento dell’età per andare a riposo, diminuzione delle prestazioni, e tentativi di rimuovere i contratti nazionali di categoria.

La IV Internazionale propone la difesa di tutte queste conquiste con un programma di rivendicazioni transitorie. Lottiamo per la nazionalizzazione senza indennizzi di tutti i fondi pensioni e assicurazioni private, sotto controllo dei lavoratori e così assicurare una pensione uguale al ultimo salario percepito. La liquidazione, parte del salario differito, deve essere pagata interamente dai capitalisti. La possibilità di aumentare l’età pensionabile può solo essere un fattore positivo di sviluppo umano in una società senza disoccupazione, onde l’organizzazione del lavoro sia libera e sotto controllo degli stessi lavoratori. La sanità pubblica esige il controllo dei monopoli farmaceutici, un servizio statale integro sotto gestione dei suoi lavoratori ed il finanziamento da parte dei capitalisti. Quindi, queste esigenze basilari mettono in discussione l’esistenza stessa del capitale.

Di fronte alla disoccupazione rivendichiamo, contro i licenziamenti, la scala mobile delle ore di lavoro (senza toccare i salari), aggiungendo la ripartizione totale delle ore di lavoro di tutta la società, tramite una borsa nazionale di lavoro che includa tutti i lavoratori disoccupati, base al loro mestiere, residenza, età, sesso. Se la scala mobile delle ore lavorative sfida la proprietà capitalistica a livello di impresa, la divisione delle ore di lavoro a livello generale sfida tutto lo Stato borghese.

In opposizione al capitale che tenta di prolungare la giornata lavorativa, intensificarne i ritmi, violare i periodi di riposo e ferie, precarizzando i contratti, noi rivendichiamo: salario minimo pari al costo del paniere di riferimento; giornata di otto ore; riposi e ferie collettivi, divieto di licenziamenti; contratti a tempo indeterminato; controllo operaio delle condizioni di lavoro; contratti nazionali negoziati da rappresentanti dei lavoratori scelti in assemblee e revocabili. Denunciamo i limiti della settima di 36 ore negoziata in Francia, perché si concede come contropartita il congelamento dei salari nominali, diminuendo il riconoscimento degli straordinari e l’introduzione dell’anualizzazione delle ore lavorative, permettendo così di fatto la violazione del accordo stesso e delle ferie collettive. In Francia la disoccupazione, la precarietà e le condizioni dei lavoratori sono peggiorate. Per rendere efficace questa rivendicazione deve essere accompagnata da una lotta per il divieto di licenziamento, per fermare l’intensificazioni dei ritmi di lavoro, generalizzare gli aumenti salariali, e con un controllo operaio capace diversificare i risultati sociali della riduzione delle ore di lavoro settimanali in favore dei salariati.

28. Nel corso della presente crisi mondiale si sono verificate grandi lotte sociali, ma il proletariato delle principali nazioni industriali è stato relativamente assente in esse, con l’eccezione parziale della Corea del Sud. Tuttavia ci sono segnali che le cose iniziano a cambiare, come le lotte alla FIAT dimostrano, o le lotte nei cantieri navali in Spagna. Gli ammortizzatori sociali delle lotte tendono a dissolversi perché sono in rotta di collisione con le necessità del capitale. La IV Internazionale rivendica la necessità di essere presente in tutte le lotte provocate dall’oppressione sociale, nazionale. La lotta contro il capitale coinvolge tutte le contraddizioni e antagonismi che possono diminuire la dominazione capitalista; fra esse c’e una relazione di dipendenza reciproca. Se l’Inghilterra avesse perso la guerra nelle Malvinas nel 1982, certamente il governo Thatcher avrebbe trovato più difficoltà a sconfiggere i minatori britannici nel 1985. La IV Internazionale partecipa insieme ai Sem Terra in Brasile, ai contadini in Bolivia e Colombia, alle donne uccise in Messico e colpite in tutto il mondo, gli immigranti clandestini, i bambini schiavi, i giovani che lottano per l’educazione e per la difesa dei diritti contro lo stato poliziesco che è ogni Stato capitalista. La IV Internazionale interviene in queste lotte, ma non in difesa di soluzioni di ordine particolare (che non sono soluzioni) senno per produrre un unico movimento internazionale che porti alla vittoria della rivoluzione socialista. Solo facendo parte di tutte le lotte contro l’oppressione può la vanguardia dei lavoratori esigere il posto che le spetta nelle file del proletariato internazionale.

Le chiusure di imprese ha posto il problema dell’occupazione delle fabbriche, e con la crisi industriale questo aumenterà nel prossimo futuro. L’occupazione delle fabbriche a posto, storicamente, un insieme di questioni che sono strettamente connesse alle condizioni di insieme della lotta di classe. Quando sono provocate dal fallimento economico, oppongono alla chiusura o al licenziamento la richiesta di esproprio dell’impresa e la messa in funzionamento sotto gestione del propri lavoratori. La IV Internazionale esige, in queste situazioni, l’esproprio senza indennizzo, la confisca dei beni, la produzione e gestione sotto controllo operaio. In consonanza al livello generale delle lotte, si pone la formazione di un fronte di imprese occupate sotto gestione operaia, per esigere fondi bancari senza interessi, l’intervento dei lavoratori nella gestione della banca e la nazionalizzazione del sistema finanziario sotto controllo dei lavoratori. Mentre deve essere chiaro che una o più imprese sotto controllo operaio non sono viabili sotto il capitalismo, avvertiamo però contro l’intervento dello Stato e contro la statizzazione delle imprese già gestite dai lavoratori, perché questo significa la distruzione della gestione operaia e, quando le condizioni sono in generali più rivoluzionarie, è uno strumento contro la rivoluzione. Alla statizzazione delle imprese da una parte, e alla soluzione individuale della cooperativa o dell’autogestione, la IV Internazionale oppone come alternativa un fronte di imprese occupate e sotto controllo operaio; l’intervento di questo fronte nelle banche statali e private, cercando la nazionalizzazione del sistema finanziario, per fare possibile la gestione operaia; l’alleanza con l’insieme del movimento operaio in base alle rivendicazioni comuni, ed in prospettiva di uno sciopero politico di massa. La IV Internazionale precisa che le statizzazioni borghesi nazionali contro il capitale imperialista possono avere un carattere relativamente progressivo, e che quelle che vanno a sostituire la gestione operaia sono contrarie ad un’azione indipendente dei lavoratori.

Un compito di fondamentale importanza  nella presente crisi è l’organizzazione del disoccupati. Questa organizzazione non solo riduce la rivalità fra lavoratori spinta dal capitale ma tende a trasformarsi  in un poderoso mezzo rivoluzionario, dato che i disoccupati rappresentano il settore più colpito delle masse ed il sintomo della dissoluzione del capitalismo in quanto tale. Questo potenziale fa capire l’ostinata opposizione delle burocrazie sindacali all’organizzazione dei disoccupati, che tuttavia dovrebbe essere al primo posto fra i loro compiti come mezzo di ridurre la concorrenza fra salariati. Nella misura nella quale la vanguardia si sforza in organizzare questi settori, tramite la pressione nei sindacati e fuori da essi, e trasforma questa organizzazione dei senza lavoro in un movimento di solidarietà con i lavoratori occupati che lottano contro i licenziamenti e la flessibilità, questa vanguardia si avvicina al insieme della classe operaia. La rivendicazione fondamentale dei senza lavoro è quella per il diritto al lavoro, ad un salario di disoccupazione ed l’accesso al lavoro. Di fronte ai tentativi dello Stato di annacquare il “salario sociale” con forme di assistenzialismo clientelistico, la IV Internazionale esige il controllo operaio, dei senza lavoro, del salario sociale al disoccupato o di ogni altra forma di remunerazione. Denunciamo la Banca Mondiale e le ONG che chiedono l’assistenza sociale come strumento di controllo sui lavoratori disoccupati e convertire i piani assistenziali in una variante dello sfruttamento sociale che faccia concorrenza ai lavoratori occupati. Denunciamo anche le campagne del centrosinistra internazionale, in particolare in Brasile, Argentina e Francia, che ha fatto sua la rivendicazione liberale di un salario minimo di cittadinanza. Questo salario di sussistenza convertirà in status quo la disoccupazione di massa e diventerà il minimo salariale concesso a tutti i lavoratori giovani o neo assunti. In opposizione a questi attacchi diretti contro le condizioni di vita dei lavoratori lottiamo per fermare la disoccupazione tramite la divisione delle ore di lavoro, il salario minimo pari al paniere familiare, salario di disoccupazione, occupazione delle imprese che chiudono, opere pubbliche sotto controllo dei lavoratori, la tassazione del capitale e la centralizzazione di tutte le risorse necessarie per fare fronte a la crisi sociale nelle mani delle organizzazioni dei lavoratori.

La IV Internazionale richiama l’attenzione sul ruolo eccezionale delle donne e dei giovani nei movimenti e organizzazioni dei disoccupati. Questo ruolo è riflesso della loro condizione di essere i più esposti alla disoccupazione. L’azione delle donne modifica no solo i parametri di lotta dei disoccupati ma anche quelli dell’insieme della società, dando uno scossone più vasto che colpisce anche al clero e loro seguaci. La presenza delle donne nella lotta di classe tende ad infrangere i limiti politici dei movimenti femministi, introducendo in essi la lotta contro il capitale. L’azione delle donne agisce anche nella formazione della vanguardia operaia, incorporando nelle sue file un protagonista di maggiore potenziale rivoluzionario, fermando la tendenza alla demoralizzazione che la disoccupazione provoca fra gli uomini. La IV Internazionale include nelle sue conclusioni il significato che ha la presenza delle donne nelle lotte degli sfruttati, e chiama a estrarre le lezioni che questa presenza impone nel compito di ricostruire la vanguardia dei lavoratori.

Gli attacchi contro la previdenza sociale, la chiusura di fabbriche, la flessibilità, la riduzione dei salari apriranno il paso ad importanti lotte rivendicative. La IV Internazionale chiama a partecipare attivamente nei sindacati, inclusi i più reazionari; ad organizzare le posizioni classiste; a invitare alla lotta ai non sindacalizzati chiedendo la sovranità delle decisioni delle assamblee e dei comitati di sciopero, organizzare i rapporti fra le realtà di una stessa regioni a prescindere dalla loro filiazione sindacale. Sulla base di questo metodo di lotta è necessaria l’espulsione delle burocrazie dai sindacati, e la formazione di direzioni classiste. Il permanere delle burocrazie nella direzione dei sindacati nel corso delle lotte che si avvicinano compromette seriamente le possibilità di vittoria sui padroni e lo Stato.

La questione del potere, del partito e dell’Internazionale

29.Considerata nel suo insieme la situazione mondiale, è chiaro che la borghesia non può continuare a governare come lo ha fatto fino adesso, e che le condizioni sociali generali si sono trasformate per le masse in eccezionalmente insopportabili. La questione del potere posta da queste condizioni varia, anche enormemente, da un paese all’altro, però, contemporaneamente, ha creato una relazione reciproca tra di essi. L’impantanamento dell’imperialismo in Iraq ha già creato una crisi politica importante all’interno della borghesia e dello stato nordamericani e anche all’interno del governo Bush. La stessa cosa è avvenuta, e anche più accentuatamente, in Spagna, in combinazione con le maggiori manifestazioni di massa contro la guerra imperialista. L’impasse economico nell’Unione Europea  ha determinato una frattura nella borghesia italiana e perfino una tendenza alla rottura della frazione berlusconiana col suo proprio governo, nello stesso momento in cui cresce la mobilitazione sindacale. La crisi dei governi di Francia e Germania è fuori discussione , mentre si insinuano, e a volte si approfondiscono, lotte di massa importanti. In un altro continente, la pressione imperialista sulla Bolivia ha dato luogo, in ottobre passato, a una rivoluzione popolare. La disgregazione di un governo appena entrato in carica, quello di Lula, è anch’essa evidente. La caduta di Aristide  ha determinato ad Haiti una occupazione militare. Il golpismo oligarchico contro il venezuelano Chavez continua ad attizzare la crisi e la mobilitazione delle masse più povere del paese in difesa del governo nazionalista.. Il periodo di grazia di Kirchner si è virtualmente concluso, alla fine di dieci mesi che sono stati caratterizzati da un metodo di governo di crisi permanente. L’accumulazione di tensioni finanziarie nella pentola in ebollizione rappresentata dall’Estremo Oriente ha provocato la destituzione transitoria del Presidente della Corea del Sud da parte dei grandi monopoli nazionali  che sentono minacciata la propria esistenza dalla penetrazione del capitale finanziario nordamericano. Il Medio Oriente è una polveriera vicina ad una esplosione, specialmente in Arabia Saudita, Iran e Siria. La IV Internazionale si differenzia da altre correnti rivoluzionarie e operaie, in primo luogo, su questa caratterizzazione della situazione mondiale.  Presa cioè come un insieme, ossia nella prospettiva che presenta e nelle sue relazioni reciproche (tra le nazioni e le classi), la situazione mondiale pone, con ritmi, caratteristiche storiche e peculiarità differenti, e anche una comprensione squilibrata di ciò da parte delle classi che agiscono, la questione del potere. 

30. A partire da questa caratterizzazione, il governo operaio od operaio e contadino riscuote tutta la sua attualità come rivendicazione transitoria. Questa parola d’ordine significa, prima di tutto, una politica che consiste nello sviluppo, all’interno delle organizzazioni tradizionali delle masse ed in quelle che esse costituiscono nel corso delle lotte, della comprensione che quella posta è una questione di potere e che la soddisfazione reale ed integrale delle aspirazioni popolari esige la presa del potere da parte dei lavoratori. Quando, nel corso della lotta e come conseguenza dell'esperienza della lotta stessa, quelle organizzazioni conquistano una complessiva posizione di autorevolezza politica, quella del governo operaio è la rivendicazione che rivolgiamo loro per preparare la lotta diretta al potere politico. La possibilità, tuttavia, che le direzioni tradizionali affrontino quella lotta per il potere è remota o eccezionale, perfino sotto una pressione rivoluzionaria dalle masse. La IV Internazionale mette sull’avviso contro il pericolo di fare un sol fascio di ciò che sono le masse, le loro organizzazioni e le loro direzioni, perché di regola le relazioni tra loro sono contraddittorie. I periodi di crisi politica o rivoluzionari accentuano quelle contraddizioni, perché sono caratterizzati, da un lato, da un cambiamento fondamentale nella coscienza delle masse e, dall'altro, da un'acutizzazione dell’istinto di sopravvivenza delle direzioni collocate nelle vecchie relazioni politiche. In questo senso, la rivendicazione del governo operaio è il metodo del quale si avvale la IV Internazionale, non per aggiungere una nuova occasione di sopravvivenza alle vecchie direzioni, bensì per conquistare la direzione delle masse e le organizzazioni delle loro lotte all'avanguardia rivoluzionaria.

Benché il parlamentarismo si trovi da lungo tempo in decomposizione storica ed il governo reale dello Stato sia nelle mani di un pugno di burocrati profondamente intrecciati con i principali trust capitalisti, la partecipazione parlamentare (e, quindi, le campagne elettorali) sono fondamentali, specialmente in un periodo di crisi di potere o pre-rivoluzionario. Questa partecipazione deve servire non solamente per amplificare l'agitazione politica quotidiana, ma anche come propaganda, cioè come educazione politica per la parte più militante dei lavoratori. La circostanza che il parlamento si sia trasformato nella copertura della cospirazione dello Stato contro le masse (in nessun modo nella sua rappresentazione) rafforza la necessità della partecipazione in esso per procedere ad un metodico lavoro di smascheramento. Senza un lavoro rivoluzionario nel parlamento borghese è impossibile fare realmente un lavoro di massa. Nelle condizioni in cui l'avanguardia rivoluzionaria, lì dove esiste ed agisce, è eccessivamente minoritaria ed il suo raggio d’influenza è limitata a rivendicazioni sindacali, è necessario sfruttare tutte le opportunità per intervenire nelle campagne elettorali e nel parlamento. L'attivismo sindacale, perfino il più conseguente, può risultare un sinonimo di metodologia economicistica; la partecipazione elettorale e nel parlamento può servire, invece, per svolgere una politica realmente socialista, cioè, relazionata coi problemi di insieme del capitalismo, di tutte le sue classi sociali e dello Stato. La subordinazione storica del parlamentarismo rispetto all'azione diretta delle masse non deve essere confusa con un disprezzo all'azione parlamentare; semplicemente quella subordinazione significa che il parlamento deve essere usato come tribuna rivoluzionaria di propaganda, di agitazione ed anche di organizzazione. L'esperienza dimostra che la presenza dei rivoluzionari provoca nelle masse un interesse per il parlamentarismo che non esisteva in precedenza. Questa aspettativa costituisce un passo verso l'esaurimento delle illusioni nel parlamentarismo che si trovavano sotto traccia. La presenza di parlamentari rivoluzionari incentiva la tendenza popolare a mettere il parlamento sotto "la pressione della strada", contribuendo in questo modo a che l'azione diretta passi ad occupare il piano principale dei metodi popolari di lotta.

In numerosi paesi, la decomposizione del parlamentarismo, che non è diversa da quella dello Stato borghese e della società capitalista, si manifesta come "una crisi di rappresentazione politica" o "una crisi della politica." Questo significa che gli sfruttati non percepiscono il carattere di classe del parlamentarismo, né caratterizzano le crisi politiche in corso come il risultato del carattere inconciliabile degli antagonismi di classe. Questa deformazione si aggrava quando la piccola borghesia svolge un ruolo politico smisurato in relazione al suo peso nel processo produttivo sociale. La crisi di potere assume in questi casi una caratteristica formale che tiene nascosto il suo contenuto sociale fondamentale. L'esperienza delle crisi e lotte recenti hanno insegnato che, in circostanze come queste, la parola d’ordine dell'Assemblea Costituente sovrana potrebbe svolgere in primo luogo un gran ruolo politico, intesa, innanzitutto, come un rovesciamento del parlamento e delle istituzioni esecutive nazionali e municipali messe in discussione dalla "crisi rappresentativa" e, quindi, come un vincolo al governo operaio ed alla dittatura del proletariato, se è sviluppata attraverso un programma di rivendicazioni transitorie di insieme. Il peso politico di questa parola d’ordine si accentua nei paesi in cui il parlamentarismo e la democrazia non hanno messo radici solide o nessuna, e dove la sua lunga esistenza si è accordata con crisi, colpi di stato e dittature, cioè dove è molto vivo il sentimento favorevole al suffragio universale. La rapida decomposizione dello Stato ha determinato che, in molti paesi, si presenti la necessità di una "rivoluzione politica" in anticipo rispetto alla coscienza della necessità della rivoluzione sociale. Ciò che importa è che, da un lato, questo serva per mobilitare le masse e, dell'altro, serva per intervenire nella crisi di potere. Ciò che importa, soprattutto, è che serva per tirare fuori l'avanguardia operaia da una posizione esclusivamente propagandistica quando sta per svilupparsi una crisi politica che è parte di una crisi storica ma che segue tappe e ritmi differenziati, specialmente per quel che riguarda la comprensione che le masse vanno acquisendo degli avvenimenti.

La dissociazione tra la crisi politica dello Stato ed il suo contenuto storico concreto di agonia del capitalismo, ha dato luogo ad una corrente che oppone al parlamentarismo la "democrazia diretta". Si tratta di un altro episodio della saga che denuncia la democrazia borghese per il suo carattere rappresentativo, cioè che delega la sovranità popolare in una rappresentazione indipendente. La "democrazia diretta" tende ad occupare, nell'opinione pubblica, il posto della "democrazia partecipativa" o "sociale" del passato recente. In un regime caratterizzato dal dispotismo sociale (la dipendenza assoluta della forza di lavoro, nella sua qualità di merce, dal capitale, e la dittatura assoluta del capitale nel luogo di lavoro) la democrazia diretta riproduce la finzione dell'autonomia dell'individuo che caratterizza il costituzionalismo. Tuttavia, nell'epoca in cui l'individualità specificamente borghese si trova in rovina, la "democrazia diretta" ha meno spazio che mai e si tramuta nella pretesa di assaltare il parlamentarismo per mezzo del plebiscito. La "democrazia diretta" che va relativamente di moda oggi, ha punti di contatto con l'anarchismo legato alla piccola borghesia, non con l'anarchismo che fu legato alla classe operaia che subordinava la democrazia diretta alla rivoluzione sociale, stabilendo un punto di contatto con la dittatura del proletariato.

Una volta arrivato al potere nella lotta per le rivendicazioni principali dei lavoratori e della crisi politica dello Stato borghese, il governo operaio si confronta immediatamente con l'opposizione dell'insieme di quello Stato che rappresenta la dittatura di classe della borghesia. Soltanto il governo operaio può servire a rappresentare, allora, un breve interregno verso la dittatura del proletariato. La sua possibilità di sopravvivenza dipende dal disarmo della borghesia e dall'armamento della classe operaia, e dell'espropriazione delle principali piovre capitaliste. Chi, come il Segretariato Unificato, parla di "potere operaio", ma si oppone alla dittatura del proletariato, semplicemente non sa di che cosa sta parlando. In realtà mente sapendo di mentire. Un "potere operaio" che negasse il disarmo della borghesia e l'armamento delle masse non durerebbe granché. Non avrebbe l'opportunità, per le condizioni di crisi che segnerebbero il suo arrivo al governo, di essere almeno un gestore dello Stato borghese, cioè un governo operaio della borghesia. Un governo operaio che emerga da una lotta delle masse per le rivendicazioni transitorie deve confrontarsi anche con l'insieme dell'apparato dello Stato - la sua burocrazia amministrativa, giudiziale, municipale e l'ordinamento giuridico corrispondente. Deve rompere il potere capitalista nel posto di lavoro che è la base reale del potere del capitale. Obbligato a spezzare integralmente l'apparato dello Stato, si vede altrettanto obbligato a cominciare a trasformare le relazioni sociali di sfruttamento sulle quali quello si fonda. Struttura, in questo modo, un nuovo stato nella forma di una gestione operaia collettiva che va dalla direzione governativa a carico dei consigli operai alla gestione operaio delle imprese, la salute, la gestione, la cultura, e che si manifesta in un piano sociale di insieme. Il fallimento della divisione del lavoro tra governanti e governati significa il principio della dissoluzione dello stato come tale. Di tutte le tendenze che parlano in nome della classe operaia, la IV Internazionale è l'unica che lotta per un governo operaio od operaio e contadino nel suo senso storico completo di distruzione dello Stato borghese e l’insediamento della dittatura del proletariato. Per la IV Internazionale, il governo operaio è sinonimo della dittatura del proletariato, e lo usa come tale nell'agitazione che realizza in seno al paese.

Nella storia della IV Internazionale, la rivendicazione del governo operaio stabilita nel suo programma di fondazione, è stata precocemente distorta. A far data dagli anni ’50 smise di essere considerata come sinonimo della dittatura del proletariato e la rivendicazione del governo delle organizzazioni tradizionali fu convertita nella strategia sostituta della IV Internazionale. Il passo seguente fu prospettare il governo operaio su una base parlamentare, come succedè con l'Unione di Sinistra, in Francia, dalla fine degli anni ’70, con l'aggravante che si trattava di un fronte popolare col partito radicale. Con la conversione euro-comunista dei partiti stalinisti, la dittatura del proletariato fu rimpiazzata sul piano della teoria dalla "democrazia socialista" che concilia il governo dei lavoratori col parlamentarismo e lo Stato borghese in generale. La "democrazia socialista" servì per abbellire il movimento della burocrazia moscovita alla restaurazione del capitalismo, che realizzava con le parole d’ordine dello stato di diritto, regime costituzionale, libertà elettorale. Nel variegato panorama di tendenze che si proclamano trotskiste esiste una vasta gamma di posizioni sullo Stato, ma tutte hanno abbandonato la rivendicazione della dittatura del proletariato. Il degrado teorico è arrivato tanto all'estremo che alcune di quelle tendenze difendono i loro stati imperialisti nazionali, adducendo che rappresentano conquiste della civiltà che devono essere protette dalla ‘globalizzazione', da un lato, e la ‘regionalizzazione', dall'altro. Il recente ritiro, dagli statuti della Lega Comunista Rivoluzionaria, in Francia, della rivendicazione della dittatura del proletariato, è il culmine di una lunga evoluzione politica, ma che non tocca solamente il Segretariato Unificato, bensì tutte le tendenze che nacquero dalla scissione della IV Internazionale a partire dagli anni ’50.

La IV Internazionale respinge l'identificazione della dittatura del proletariato con la dittatura della burocrazia. Non solamente si tratta di una differenza di metodi tra l’una e l'altra, bensì di contenuto sociale, perché la burocrazia difende la dittatura del proletariato entro i limiti dei suoi propri privilegi, vale a dire che in difesa dei suoi privilegi combatte la supremazia sociale e politica della classe operaia. In difesa dei suoi privilegi, prepara la restaurazione del capitalismo e si converte, come si è convertito, nell'agente principale di quella restaurazione. Respingiamo anche l'identificazione, degli apprendisti dei diritti umani, tra il terrore rosso o rivoluzionario ed il terrorismo di Stato, la qual cosa non rappresenta altro che la vecchia volgarità di mettere sullo stesso piano la violenza rivoluzionaria e la violenza della reazione e dello Stato capitalista. Perfino lì dove ha trionfato la rivoluzione proletaria, lo stato che esercita l'egemonia continua ad essere lo stato capitalista che si manifesta per mezzo del sistema internazionale di stati ed aggredisce lo stato proletario con l’uso della forza organizzata del sistema di stati stabilito da lungo tempo. Ogni guerra civile obbliga la rivoluzione a militarizzare le sue istituzioni ed, entro queste condizioni, limita la democrazia dei lavoratori, allo stesso modo che nel corso di qualunque azione bellica l'autorità si concentra in un comando unico. La dittatura proletaria soffre, così, l'influenza dell’ambiente nel quale è obbligata ad agire. La dittatura del proletariato, come una democrazia di lavoratori, fiorisce quando più ampio è lo sviluppo internazionale della rivoluzione, quando maggiori sono le risorse economiche e culturali che il proletariato trionfante eredita, quando maggiore è stata anche la preparazione politica e la scuola di lotta della classe operaia che si impegna nel rovesciamento della borghesia. Ogni cittadella assediata può trasformarsi in Masseria. Come diceva Lenin, il proletariato delle nazioni più avanzate farà meglio le cose.

31. La lotta politica è una lotta di partiti, tanto più la lotta per il potere. La rivoluzione sociale in generale, ed a maggior ragione quella proletaria, è un fenomeno storico, cioè che riassume e finisce una fase della civiltà umana. Non può essere intrapresa senza una coscienza di questo carattere, che si traduce in un programma. Possono esserci ammutinamenti e ribellioni, e se ne verificano con straordinaria frequenza quando una determinata organizzazione sociale entra nella sua fase di decadenza. Ma una rivoluzione che sia capace di mettere fine alla dominazione e sfruttamento sociali, è impossibile senza un programma e senza un'organizzazione. Il capitalismo non permette uno sviluppo generalizzato dell'educazione generale né della preparazione politica del proletariato; al contrario, stimola la competizione e la rivalità tra gli sfruttati. Soltanto a partire da un'avanguardia operaia può intraprendersi il compito di formare un proletariato rivoluzionario. Parallelamente al ruolo strategico senza concorrenti del partito rivoluzionario nella rivoluzione proletaria, la lotta contro l'idea di costruire un partito e contro il partito stesso rappresenta la risorsa ultima del capitale che in questa lotta si manifesta principalmente per mezzo della piccola borghesia progressista o al massimo sociale. Allo stesso modo della collaborazione di classe, in generale, e del fronte popolare, in particolare, il movimentismo è una risorsa ultima del capitale contro la rivoluzione proletaria.

Si tratta di costruire partiti, non sette; organizzazioni rivoluzionarie, non federazioni parlamentari; organizzazioni di combattimento, non solamente di propaganda; radicate nella classe operaia e nella sua storia, come nella storia delle masse del paese di cui si tratta e proprio di quel paese. Le particolarità nazionali svolgono un ruolo eccezionale nella strategia dei partiti rivoluzionari. Tenendo in conto queste esigenze, la forma dello sviluppo del partito rivoluzionario riconosce ogni tipo di varianti. Nello stadio attuale, di enorme dispersione dell'avanguardia rivoluzionaria, la IV Internazionale sottolinea la nuova tappa rivoluzionaria che ha aperto l’attuale crisi mondiale; segnala che la restaurazione capitalista accentua, in ultima istanza, questa crisi mondiale e sviluppa maggiori confronti rivoluzionari in proporzione a quelli conosciuti, perfino nei paesi sviluppati; sottolinea la validità dei programmi storici del comunismo, dal Manifesto del 1848, i primi quattro congressi della III Internazionale ed il programma di transizione della IV Internazionale; e richiama i rivoluzionari e le loro organizzazioni ad elaborare un programma internazionale che dia conto dei cambiamenti fondamentali degli ultimi decenni.

La ricostruzione dell'Internazionale operaia e rivoluzionaria parte da una chiara filiazione storica, ma non può rivendicare una continuità organizzativa. Il Segretariato Unificato della IV Internazionale si è convertito, almeno nel complesso, in un'appendice della piccola borghesia progressista, perfino nei paesi imperialisti. La prossima Internazionale operaia sarà progettata per avvenimenti storici di straordinaria grandezza. È ozioso congetturare sulle sue caratteristiche. Tuttavia, non si può lottare per quella futura internazionale senza un programma ed un partito. Il nostro appello a rifondare immediatamente la IV Internazionale significa che respingiamo la politica dell'attesa passiva dei grandi avvenimenti futuri. Per questo il nostro progetto consiste nel raggruppare l'avanguardia operaia in un partito internazionale che lotti per la futura grande Internazionale Operaia Rivoluzionaria. In opposizione al metodo settario che consiste nel condizionare la rifondazione immediata della IV Internazionale alla previa risoluzione, puramente letteraria d’altro canto, delle discrepanze politiche che possono esistere, progettiamo l'organizzazione di un partito rivoluzionario internazionale, la IV Internazionale, sulla base di una precisa delimitazione politica di tutte le divergenze. Costruire il partito internazionale è il punto del programma che distingue i marxisti rivoluzionari delle sette.

Presentato dal Partito Operaio (Argentina)

APPROVATO A MAGGIORANZA

Voti a favore: 78 voti

Voti contrari: nessuno

Astensioni: 6 voti

VOTAZIONE INDICATIVA DEI DELEGATI OSSERVATORI

Voti a favore: 4 voti

Voti contrari: nessuno

Astensioni: 2 voti